Ige 2026, come le neuroscienze contrastano il gioco patologico

A Ige 2026, al Salone delle Fontane a Roma, focus sulle neuroscienze applicate al contrasto del gioco patologico.

 

Dal controllo alla protezione intelligente. Si è parlato di neuroscienze applicate al contrasto del gioco patologico durante la tavola rotonda tenutasi a Ige 2026 e condotta da Ewa Bakun, director of Industry Insight and Engagement Clarion Gaming. Evento che tra i protagonisti ha visto anche Lucio Lamberti, Ph.D., professor of Marketing analytics and Analytics for business Lab Polimi, tra i timonieri del progetto “Applied neuroscience for Problem gambling”, sviluppato in collaborazione tra il Politecnico di Milano e il Politecnico di Valencia, che ha ottenuto la borsa di studio finanziata dall’Ice Research Institute.

In collegamento da Cambridge, in apertura del panel, Pawan Sinha, professore of Visual Neuroscience, MIT Boston, secondo cui “gli interventi per il gioco d’azzardo problematico non dovrebbero concentrarsi esclusivamente sugli individui, ma anche sugli ambienti con cui interagiscono. Un approccio consiste quindi nel limitare caratteristiche quali le icone di gioco rapido, i feedback di quasi vincita che sfruttano l’incertezza per prolungare il coinvolgimento”.

Le strategie cognitivo-comportamentali possono aiutare le persone a valutare meglio il vero valore delle attività di gioco, riconoscere i segnali fuorvianti, entre gli interventi comportamentali possono incoraggiare l’impegno verso fonti di ricompensa alternative e stabili, come l’interazione sociale, l’attività fisica, un lavoro significativo. Questi approcci hanno il potenziale non di eliminare la motivazione, ma di reindirizzarla verso obiettivi più sani e sostenibili”, ha concluso Sinha.

A prendere la parola per secondo è Lucio Lamberti, Ph. D professor of marketing Analytics and Analytics for Business Lab Polimi sottolinea. Quest’ultimo sottolinea che quando ci troviamo di fronte al tema dell’applicazione delle neuroscienze al contrasto del gioco patologico “bisogna capire se i messaggi che vediamo siano in qualche modo efficaci o meno. Esistono due teorie che potrebbero suggerire due risposte diverse. Una di queste ci dice che questi messaggi arricchiscono la nostra comprensione del fenomeno che stiamo osservando e ci rendono più consapevoli della situazione. Quindi ci permettono di reagire in modo più consapevole, il che significa che questi messaggi funzionano davvero. Personalmente, non ci credo molto e se vengono percepiti dall’individuo come una limitazione del proprio libero arbitrio, il messaggio viene percepito come una limitazione della nostra libertà. Pertanto solo per il gusto di affermare di essere liberi, facciamo il contrario di ciò che ci è stato detto. È uno dei motivi per cui il divieto delle droghe è stato messo in discussione nel tempo, perché ci sono molte persone che assumono droghe solo perché sono proibite, non perché non le gradiscono”.

“La reattanza emotiva – prosegue Lamberti – è quindi un fenomeno per cui qualsiasi cosa considerata proibita può spingerci a farla in misura maggiore. Si tratta quindi di capire se in gioco ci sia un’influenza sociale informativa o una reattanza emotiva. Ci sono anche teorie psicologiche che sostengono che i messaggi personalizzati dovrebbero essere più efficaci. Un altro fattore che può influenzare l’impatto di queste informazioni è il contesto specifico. Mi trovo in un modello di business in cui si perde la libertà o in una situazione di neutralità, e questo può modificare l’equilibrio tra reazione e influenza che questi messaggi esercitano”.

Charmain Hogan, Global head of Government Relations di Playtech analizza alcuni rischi spiegando che quando “si definisce un quadro normativo in un mercato nuovo o esistente, sono coinvolti tre soggetti chiave. Si tratta dello Stato, degli operatori e dei giocatori e quel quadro normativo deve funzionare per tutti e tre”. I rischi possono avvenire quando il legislatore analizza un altro mercato riprendendo tutte le regole”.

Si pensa “alle restrizioni o ai divieti pubblicitari, ai divieti sui pagamenti automatici, senza prima aver compreso o valutato se tali misure abbiano funzionato nel mercato di riferimento, e anche se i mercati siano competitivi in ​​termini di tipologia di prodotto offerta ai giocatori. Un altro rischio è quello di progettare regole per un giocatore medio, che probabilmente non esiste, anziché, proprio per le ragioni che hai già sentito, per altre tipologie di giocatori”.

Hogan conclude spiegando che “poker, casinò ed e-sport, non sono la stessa cosa. Se penso a una sessione di 20 minuti alle slot machine rispetto a una sessione di 20 minuti di scommesse, probabilmente il profilo di rischio del giocatore è molto diverso.

Pieter Rammers, founder chairman Assissa Consultancy Europe / G4 Global Gambling Guidance Group analizza invece il tema dell’autoesclusione: “Sappiamo che solo in Europa, in tutti i paesi che abbiamo esaminato, tra il 10% e il 15% cerca un trattamento vero e proprio. Questo non significa che tutti gli altri giocatori moriranno come giocatori patologici o come li si voglia chiamare. Perché, allo stesso tempo, sappiamo che un gran numero di loro cerca una soluzione senza alcun trattamento. Non sto dicendo che non dovremmo fare nulla ma dobbiamo trovare il modo di farlo. Quindi penso che questo sia un modo molto interessante di vedere mi spaventa anche un po’, perché oggigiorno tutto deve essere basato su prove scientifiche.

Rammers aggiunge anche di essere “un grande sostenitore della collaborazione tra tutte le parti interessate in questa temaatica ma credo che ci sia un gruppo, che io chiamo sempre colleghi, un gruppo di ricercatori che non vuole collaborare con l’industria e la nega categoricamente e vuole essere indipendente. E alcuni di loro sono davvero nomi importanti nel campo della ricerca sulla raccolta dati. Quindi sarei molto felice se riuscissimo a trovare una soluzione”.