Gianluca Marcucci dopo le Wsop: ‘Cresce il livello tecnico, cala il divertimento, il poker rimane metafora di vita’

Qualche Day 2, un’ottima deep run e il ritorno ai tavoli da gioco, Gianluca Marcucci, imprenditore, scrittore e player da circa 20 anni, racconta la sua esperienza spaziando tra poker, lavoro, AI e il suo business, la ricettività.

È stato uno dei primi player sponsorizzati in Italia e gioca a poker da circa 20 anni con momenti intensi e lunghe pause. Da diversi anni non mancano, però, i suoi blitz a Las Vegas alle World Series of Poker e in altri tornei paralleli. Lo chiamavano “The Bear” per gli amici “Orso”. È Gianluca Marcucci a raccontarci la Sin City, l’Hold’em visto dalla sua penna raffinata e in grado di far vibrare cuore, stomaco e cervello e anche il poker. E il gioco non è solo cooler, tp e analisi di mani ma un approccio completo, a 360 gradi, di vita e di sentimenti.

Romano, romanista, imprenditore e scrittore, Bear è un personaggio incredibile. Quest’anno ha centrato qualche Day2 e una bella deep run insieme a Dario Sammartino in un 10mila dollari Mystery Bounty. Gioca bene Gianluca ma un pizzico in più di run renderebbe giustizia al suo poker. Ma ora lasciamo parlare lui, però.

Orso, è passato tanto tempo dall’ultima volta che ti abbiamo intervistato, eri proprio a Las Vegas. Una città che sembra sempre uguale. Ma forse siamo cambiati noi: “Las Vegas cambia ogni giorno senza dare l’impressione di cambiare mai. È un po’ come il poker e un po’ come il mio lavoro negli hotel. Le luci sono sempre quelle, ma sotto c’è un mondo completamente diverso”.

E oggi in che mondo stiamo vivendo secondo te? “Uno dei più affascinanti e più inquietanti degli ultimi quarant’anni. Per anni abbiamo imparato a convivere con Internet, con gli smartphone, con Booking, con gli algoritmi. Oggi stiamo entrando nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale e nessuno sa davvero dove ci porterà. La sensazione è quella che avevamo nei primi anni Duemila quando arrivò il poker online. C’era chi diceva che avrebbe distrutto il gioco e chi sosteneva che lo avrebbe fatto crescere. Alla fine ha fatto entrambe le cose. L’intelligenza artificiale farà probabilmente la stessa cosa con tutti i lavori intellettuali”.

Ti spaventa? “No. Mi spaventano molto di più quelli che fanno finta che non esista. Ogni rivoluzione tecnologica elimina alcune professioni e ne crea altre. La differenza la farà la curiosità. Chi continuerà a studiare avrà strumenti incredibili. Chi penserà di sapere già tutto rischia di diventare obsoleto molto velocemente. Questo nel poker come nella vita”.

E negli hotel?Gianluca Marcucci: Cambierà tutto. L’Intelligenza Artificiale ci aiuterà a prevedere la domanda, suggerire tariffe, interpretare milioni di dati in pochi secondi. Ma continuerà a non sapere se quel cliente sta festeggiando un anniversario o se ha semplicemente bisogno di qualcuno che gli sorrida quando entra in reception. L’ospitalità rimarrà profondamente umana. Ed è questa la mia fortuna”.

Parliamo di poker. Tu hai giocato contro generazioni completamente diverse: “Ed è probabilmente la differenza più grande che ho visto. I ragazzi di oggi sono molto più forti dei noi di un tempo. Molto più preparati. Molto più disciplinati. Studiano software, solver, statistiche, teoria dei range. Noi imparavamo osservando gli avversari, il livello era molto lineare e mancavano le eccellenze. Prendevamo schiaffi ma eravamo sognatori migliori. Loro oggi arrivano già con un manuale in testa. Non giochi mai davvero alla pari”.

Quindi il poker è migliorato? “Tecnicamente sì. Di tantissimo. Emotivamente non ne sarei così sicuro. Una volta ai tavoli si parlava di più. C’erano i personaggi. Le storie. Le intuizioni. A Vegas incontravi Doyle, la Hartman. Oggi spesso al tavolo trovi otto ragazzi con le cuffie, la felpa e lo sguardo sul monitor del solver fino a dieci minuti prima di sedersi. Il livello tecnico è straordinario. Il divertimento, secondo me, si è un po’ perso per strada”.

Vale anche per il mondo della ricettività? Molti trovano nel revenue management alberghiero alcune similitudini col poker. “Assolutamente. Oggi esistono strumenti eccezionali. Ma il rischio è confondere l’algoritmo con il cervello. Un software può suggerirti una tariffa. Non può dirti perché quel cliente ha scelto proprio il tuo hotel. Quella parte rimane ancora tutta umana. A volte anche nel poker live emergono delle variabili del tutto umane che mettono le statistiche in secondo piano”.

Ti abbiamo definito imprenditore, pokerista, scrittore. Corretto? “La mia ragazza, quando si arrabbia, usa definizioni decisamente meno eleganti”.

Dopo tutti questi anni, cosa continui a cercare? “La curiosità. È la qualità più sottovalutata nel business e nel poker. Quando smetti di essere curioso inizi lentamente a invecchiare. Non importa quanti anni tu abbia”.

E Las Vegas? “Las Vegas è una metafora. Niente più di questo posto ti ricorda che ogni mano è diversa dalla precedente. Ed è esattamente quello che mi succede ogni mattina quando apro un gestionale di un hotel o redigo un business plan. Ogni giorno il mercato rimescola le carte. Il nostro lavoro è capire prima degli altri quale partita stiamo davvero giocando”.

Orso, se dovessi lasciare ai lettori una sola frase, quale sarebbe? “(lo sento sorridere) Nel poker, negli affari e nella vita c’è una verità che non cambia mai: “non puoi perdere quello che non metti nel piatto”. Ma se passi il tempo a guardare gli altri giocare, non potrai nemmeno vincere niente. A un certo punto devi sederti, prendere una decisione e accettarne il risultato. Perché un rimpianto pesa sempre più di una sconfitta”.

Le luci di Las Vegas sono sempre accese. Le persone continuano a entrare nei casinò inseguendo fortuna, sogni o semplicemente una storia da raccontare. Marcucci sorride. In fondo la vita è questo. Non sapere quali carte arriveranno. Ma cercare ogni giorno di giocare al meglio quelle che hai in mano. Forse il poker non è mai stato il vero argomento di questa intervista. Lo sono sempre stati il coraggio di scegliere, la capacità di cambiare e la curiosità di continuare a mettersi in gioco. Anche quando una partita sembra già scritta.