Mariagiovanna Lupo Albarez, Direttore generale Unimpresa, ha fatto un lungo e articolato intervento sul bilancio del gioco pubblico evidenziando come il costo di dipendenze e controllo viene scaricato sulle strutture pubbliche e va sottratto alle tasse prodotte per l’erario.
“C’è un’industria nazionale che nel 2025 ha movimentato 81 miliardi di euro. È più grande del mercato automobilistico nazionale. È più grande della spesa pubblica per l’istruzione scolastica. Si chiama giochi di abilità a distanza — poker online, casinò online, giochi di carte su piattaforma digitale — e rappresenta da sola oltre il 40% del mercato italiano dei giochi pubblici. Il problema è che nessuno dice a quanto ammonti il costo sociale di questo settore per il Paese e non esiste nessuna analisi complessiva di questa spesa per il servizio sanitario”.
A lanciare il problema è Mariagiovanna Lupo Albarez, Direttore generale Unimpresa, una delle principali associazioni di rappresentanza datoriale in Italia, focalizzata principalmente sulla tutela e sullo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese (PMI) e che conta 108mila realtà aziendali al suo interno.
Una voce inedita nel settore del gioco ma che analizza da un punto vista altrettanto differente l’industria: “Centosessantacinque miliardi totali, secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Di quei 165 miliardi, lo Stato incassa 11,5 miliardi di entrate erariali. E intende rafforzare la filiera dei giochi pubblici. Lo si evince da tre fatti. Il primo, un dato contabile: l’incremento nella finestra degli skill games di bilancio — i poker per capirci — sale di 800 milioni rispetto ai 700 dell’anno precedente”. Tuttavia in questo caso qualche errore nella valutazione dei verticali di gioco c’è.
Secondo Lupo Albarez “lo stesso Rendiconto dello Stato 2025 certifica che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha dovuto raddoppiare il proprio organico per far fronte al carico di lavoro regolatorio e di vigilanza, passando da 3.100 a 6.300 tra il 2020 e il 2024 — e contemporaneamente ha dovuto “esternalizzare” i nuovi compiti di controllo, anche in ragione delle nuove forme di gioco — a governance private come la piattaforma PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, con relativi costi per le casse pubbliche”.
Il terzo dato, secondo Unimpresa, evidenzia che la filiera del gioco non esaurisce le esigenze che genera sul bilancio dello Stato: “Il costo delle dipendenze da gioco d’azzardo e da gioco patologico – farmaci, ricoveri, assistenza ai minori — è scaricato sulle strutture pubbliche già stressate – spiega Lupo Albarez – SerD, ASL, terzo settore, organizzazioni del territorio. Non esiste un’analisi complessiva di questi costi, dal disagio familiare — in media la dipendenza da gioco patologico e le perdite subite vengono scoperte dalla famiglia e dai parenti quando è troppo tardi — ai costi dei servizi sanitari, del disagio minorile, della decontribuzione e dei piani di rientro. Nel solo 2025 più di un milione di famiglie hanno ricevuto almeno un sostegno pubblico. Molti di essi non sapevano stava arrivando”.
Tuttavia Unimpresa non parte da questi dati per farne la solita “questione morale sul diritto delle persone adulte a scommettere il proprio denaro. È una questione di sostenibilità economica. Il mercato del gioco in Italia produce 165 miliardi di raccolta, versa 11,5 miliardi di imposte e genera un costo sociale stimabile in ulteriori miliardi — pagato dai servizi pubblici, dai consultori, dalle comunità terapeutiche, dai tribunali — allora il rendimento fiscale reale che quell’industria è molto inferiore a quello dei numeri del gettito lasciano credere.
Se consideriamo i costi sociali diretti e indiretti in cui il mercato sta sballando: gli effetti sulle famiglie dei nonni rappresentano il 49% della raccolta online, il 70% del gioco retail. Gli effetti su minori e giovani — circa 11,5% di under 25 coinvolti almeno una volta, ma i numeri sono più alti se consideriamo gli under 16 — gli effetti sui singoli consumatori, sulle comunità, sui territori, sono tali da giustificare un intervento di aggiustamento duraturo. Anche se il mercato si fosse “assestato”, cosa che non sta accadendo”.
Questa la posizione dell’associazione di Pmi: “Non si tratta di aprire, domani mattina, una stagione di sensazionalismi contro il gioco fisico e il gioco d’azzardo — anzi al contrario, distanza tra scuole e luoghi sensibili, controllo dell’identità in presenza, la possibilità di tracciare il denaro, misure di contrasto al gioco minorile hanno trasformato i punti fisici della rete autorizzata in luoghi, statistica alla mano, più sicuri dei device online su cui conviene non scommettere mai.
È però il momento giusto per una revisione di sistema a più livelli, perché non ha senso e non è responsabilmente gestibile che il sistema fiscale debba sostenere gli oneri sociali di un’industria che su quella stessa fiscalità fonda la propria giustificazione sociale”, concludono.
Foto grafica ripresa dal sito ufficiale Unimpresa







