Nuovi casinò e turismo, un percorso a tanti ostacoli in Italia

L’analista di gaming Mauro Natta esamina la possibilità che in Italia possano aprire nuovi casinò così da sostenere il turismo.

 

di Mauro Natta

Dopo aver letto il pensiero di Gianfranco Scordato sul futuro dei casinò in Italia mi permetto alcune osservazioni.

I casinò esistono in quanto trattasi di una deroga agli articoli del Codice penale (718 – 722) e pensare che lo Stato ne approvi l’incremento numerico mi pare poco probabile. Nel 1992 furono presentati in Parlamento diversi disegni e progetti di legge tendenti alla concessione di ulteriori case da gioco persino stagionali.
Non se ne fece alcunché e il tentavo seguitò, ma meno robusto e con esito identico. All’inizio mi pare si parlasse dei casinò sulle navi da crociera battenti bandiera italiana.

Effettivamente i casinò sono stati autorizzati allo scopo di favorire l’ente pubblico a realizzare progetti che, altrimenti, sarebbero rimasti nel pensiero o tutto al più nel cassetto. È sufficiente leggere il dettato del disposto convertito in legge con il quale, nel 1927, fu autorizzato il primo casinò: quello di Sanremo.

Certamente non si può dire che la casa da gioco non sia nata pensando anche al turismo. Concedo l’anche in quanto furono individuati siti nei quali, in aggiunta al turismo, si cercò di evitare che alcuni italiani si potessero recare all’estero per giocare.

Premesso che non accenno a Campione d’Italia che ho conosciuto per incarichi sindacali e non per diletto o turismo, desidero ricordare che siti come Venezia e Sanremo non sono conosciuti solo per il casinò ma che molti li conoscono per altro come centri di cultura, spettacoli e turismo.

Non mi pare che nel 1946 il casinò di Saint Vincent – e lo si può verificare nel decreto relativo – il turismo fosse il motore della richiamata disposizione.

E non solo che la collaborazione con la Saav Spa all’epoca della gestione affidata al privato (Sitav Spa) e in seguito il casinò, unitamente al complesso alberghiero del Grand Hotel Billia fosse in grado e in modo autonomo a garantire tutti quei servizi che un moderno resort è in grado di fornire in modo adeguato alle esigenze del turismo nel senso più ampio, dello svago anche sportivo e del benessere.

Ora che si possa richiamare un deficit di attenzione lo ritengo possibile tenendo a mente la sentenza della Corte Costituzionale n. 152/85 che richiamava l’attenzione del legislatore sulla necessità che il settore delle case da gioco fosse dotato di una legislazione organica tuttora mancante.

È perfettamente ammissibile e rammento il fatto in quanto ne ho già scritto altre volte ma che si possa affermare che i casinò italiani siano poco utili al turismo mi pare eccessivo.

Non si può, ritengo, ammettere che l’industria turistica e alberghiera italiana, in considerazione della elevata rilevanza sul prodotto interno lordo, abbia necessità di un numero di case da gioco organizzate come, ad esempio, Las Vegas.

 

Foto di Eduard Labár su Unsplash