Royal Ascot, Silverstone e Wimbledon, la lezione inglese che vale anche per l’ippica

Tre eventi, un solo metodo valido anche per l’ippica: la dimostrazione che la tradizione continua a produrre valore quando viene sostenuta da impianti adeguati, investimenti, comunicazione, intrattenimento e una strategia.

 

Nel giro di meno di un mese, in Inghilterra sono andati in scena tre appuntamenti che rappresentano altrettanti modelli internazionali di organizzazione, promozione e valorizzazione dello sport: il Royal Ascot, salito in cattedra dal 16 al 20 giugno, il Gran Premio di Formula 1 di Silverstone del 5 luglio, sugellato dal trionfo della Ferrari con Charles Leclerc, e il torneo di Wimbledon, culminato con la finale di domenica scorsa e il nuovo, straordinario trionfo del nostro Jannik Sinner. Tre discipline molto diverse, tre pubblici differenti e tre storie secolari. Eppure, osservandoli con attenzione, emergono numerosi denominatori comuni.

La lunga e attenta disamina è affidata a Grande Ippica Italiana che evidenzia come il primo sia evidente: la forza della fanbase. Nessun progetto sportivo può prescindere da una comunità di appassionati numerosa, fedele e disposta a spendere tempo e denaro per vivere un evento. Sarebbe però un errore utilizzare questo elemento come spiegazione unica del successo. La fanbase non è soltanto un patrimonio ricevuto dal passato: è anche il risultato di ciò che viene costruito nel presente. Il pubblico non si conserva per diritto divino. Va conosciuto, coinvolto, rispettato e continuamente rinnovato. Ascot, Silverstone e Wimbledon non si limitano ad amministrare una tradizione: la aggiornano, la promuovono e la trasformano in un prodotto contemporaneo, senza rinnegarne l’identità.

ASCOT, NUMERI DA URLO – Royal Ascot ha chiuso l’edizione 2026 con 294.541 presenze complessive, in crescita del +2,8% rispetto alle 286.541 del 2025. In pista il record assoluto di 634 partenti. Gli spettatori sono aumentati in ciascuna delle cinque giornate e anche l’hospitality ha registrato risultati superiori all’anno precedente. Sul fronte televisivo, i picchi di ascolto di ITV sono cresciuti del 14%, mentre le visualizzazioni in streaming sono quasi raddoppiate. Non si tratta di un successo isolato. Ascot Racecourse aveva già chiuso il 2024 con ricavi record pari a 113,1 milioni di sterline e un utile prima delle imposte di 8,4 milioni. Uno studio realizzato dall’Università di Reading ha successivamente stimato in 264,5 milioni di sterline il valore economico annuale prodotto dall’attività dell’ippodromo nel Regno Unito, con quasi 3.900 posti di lavoro sostenuti. I soli cinque giorni del Royal Ascot genererebbero circa 140 milioni di sterline e quasi 2.000 occupati. Il merito non è soltanto delle corse. Il programma tecnico resta il centro dell’evento, ma intorno a esso è stato edificato un ecosistema fatto di cerimoniale reale, moda, gastronomia, ospitalità, sponsor internazionali, turismo e produzione televisiva. La tradizione non viene esposta sotto una teca: viene utilizzata come linguaggio narrativo. Il dress code, la processione reale, i cappelli, i grandi chef e le differenti aree di accoglienza non distraggono dalla corsa. La rendono riconoscibile anche a chi non saprebbe distinguere una Listed da un Gruppo 1.

SILVESTRONE, RECORD FRANTUMATI – Silverstone ha seguito una strada analoga a quella di Ascot, spingendosi ancora più apertamente verso il modello del festival. Il Gran Premio di Gran Bretagna 2026 ha richiamato 564.000 spettatori nell’arco del fine settimana, stabilendo un nuovo primato dopo le 500.000 presenze del 2025 e le 480.000 del 2024. Il circuito non propone più soltanto prove libere, qualifiche e gara. Il programma comprende concerti, spettacoli, comicità, fan zone, simulatori, attività per le famiglie, aree dedicate ai piloti e persino un’esibizione professionistica di freccette dopo il Gran Premio. L’impatto economico prodotto da Silverstone nel 2025 è stato valutato in 168 milioni di sterline, mentre quello sociale è stato stimato in 194 milioni. La struttura, inoltre, si presenta ormai come una destinazione per il tempo libero operativa per 364 giorni all’anno, con museo, esperienze di guida, ristorazione, ricettività ed eventi aziendali. Anche la politica commerciale è segmentata. Si vendono esperienze premium dal valore elevatissimo, ma si mantengono porte d’ingresso più accessibili: per il venerdì del Gran Premio 2026, ad esempio, il biglietto di ingresso generale costava 99 sterline e i bambini sotto gli undici anni potevano entrare gratuitamente.

WIMBLEDON, TRADIZIONE E INNOVAZIONE – Wimbledon, prosegue Grande Ippica Italiana, rappresenta forse l’esempio più raffinato di equilibrio tra conservazione e innovazione. Nel 2025 ha accolto il numero record di 548.770 spettatori, circa il 4% in più rispetto ai 526.455 dell’anno precedente. Per il 2026 il montepremi è stato elevato a 64,2 milioni di sterline, con un incremento del 20% rispetto ai 53,5 milioni del 2025. I ricavi del torneo avevano raggiunto nel 2025 i 423,6 milioni di sterline, contro i 179,9 milioni di dieci anni prima. Anche in questo caso, i numeri economici disponibili non sono perfettamente omogenei e non consentono una classifica diretta tra i tre eventi. Tuttavia, restituiscono chiaramente la dimensione del fenomeno: non stiamo parlando soltanto di manifestazioni sportive di successo, ma di piattaforme capaci di generare ricavi, occupazione, turismo, visibilità internazionale e valore per i territori. Wimbledon vende tennis, ma anche un immaginario. Il verde dei campi, il bianco degli atleti, la coda per acquistare i biglietti, le fragole con la panna, il Centre Court, il Royal Box e la cura quasi maniacale dell’immagine costituiscono parti dello stesso racconto. Nulla è casuale e nulla viene lasciato soltanto alla memoria del pubblico. Parallelamente, il torneo investe sul futuro. Il progetto di espansione prevede 39 nuovi campi in erba e un nuovo stadio da 8.000 posti, con l’obiettivo di ospitare le qualificazioni nello stesso complesso e mantenere Wimbledon competitivo rispetto agli altri tornei del Grande Slam. L’impatto economico annuale previsto a seguito dell’ampliamento è stimato in circa 336 milioni di sterline.

DENOMINATORI COMUNI – Ascot, Silverstone e Wimbledon possiedono fanbase straordinarie. Certo. Ma possiedono anche impianti all’altezza, una data riconoscibile nel calendario, una governance stabile, una strategia commerciale, una comunicazione internazionale e la capacità di creare un’attesa che comincia mesi prima dell’evento. Vendono biglietti e ospitalità, sì, ma soprattutto appartenenza e prestigio. Vendono sport, ma insieme producono cultura popolare, turismo, relazioni pubbliche, contenuti editoriali e occasioni commerciali. Questi tre modelli condividono almeno un’altra caratteristica decisiva: reinvestono. Non considerano il successo raggiunto come una rendita da consumare, ma come una posizione da difendere. Wimbledon progetta nuovi campi. Silverstone si trasforma in una destinazione permanente. Ascot aumenta il montepremi, sviluppa l’ospitalità, potenzia la produzione mediatica e allarga la propria presenza internazionale. Nel 2026 il montepremi complessivo di Ascot è stato portato alla cifra record di 19,4 milioni di sterline. La competitività, del resto, non è una condizione acquisita. È una rincorsa continua.

L’IPPICA ITALIANA – Grande Ippica Italiana chiarisce che non si sta facendo un confronto. E non deve servire a celebrare per forza ciò che accade all’estero né a mortificare quanto esiste in Italia. La nostra ippica conserva gran premi e corse prestigiose, professionalità di altissimo livello, allevamenti, proprietari, allenatori, guidatori, fantini e cavalli capaci di competere in tutto il mondo. Non manca la storia. Manca, però, la trasformazione di quella storia in un grande evento nazionale e internazionale.

L’Italia non dispone oggi di un appuntamento ippico capace di assumere stabilmente la dimensione popolare, mediatica e turistica del Prix d’Amérique per il trotto o del Prix de l’Arc de Triomphe per il galoppo. Esistono corse importanti e manifestazioni dalla grande tradizione, ma nessuna riesce ancora a imporsi come l’evento al quale bisogna esserci, indipendentemente dal grado di conoscenza tecnica del pubblico. Il Prix d’Amérique 2026 ha trasformato Vincennes in un festival di tre giorni, richiamando complessivamente 55.000 spettatori, mentre il solo evento principale viene costruito per accogliere circa 40.000 persone. Nel 2025 il Qatar Prix de l’Arc de Triomphe ha portato a ParisLongchamp 33.000 spettatori provenienti anche dall’estero, affiancando alle corse villaggi, intrattenimento, ospiti, installazioni e nuove esperienze per il pubblico. La differenza non risiede soltanto nel montepremi o nella qualità dei partenti. È nella capacità di costruire un rito riconoscibile, sostenuto da un impianto adeguato e da una macchina promozionale permanente.

Ed è proprio il tema degli Ippodromi a non poter essere eluso. Un grande evento ha bisogno di una casa all’altezza: tribune funzionali, visuale, accessibilità, collegamenti, parcheggi, servizi igienici, ristorazione, ospitalità, spazi per famiglie e sponsor, illuminazione, connettività, produzione televisiva, aree stampa, paddock valorizzati e percorsi comprensibili anche per chi entra in un ippodromo per la prima volta. Non basta aggiungere un concerto a una riunione di corse o aprire qualche food truck per creare un evento. Senza infrastrutture, programmazione e qualità dei servizi, l’intrattenimento diventa una decorazione applicata sopra un prodotto fragile.

All’ippica italiana servirebbe innanzitutto individuare uno o più appuntamenti bandiera, dotarli di una data stabile, costruire una strategia pluriennale e concentrarvi risorse economiche, sportive e comunicative. Il grande evento dovrebbe coinvolgere la città ospitante, il turismo, i trasporti, la ristorazione, la moda, la cultura, le scuole, le imprese e i media generalisti.

Servirebbe poi una regia nazionale ancora più marcata nella sfera della Comunicazione. Non una sommatoria di locandine, comunicati e iniziative isolate, ma un racconto coordinato, riconoscibile e continuativo. Una campagna capace di cominciare molti mesi prima, presentare i protagonisti, spiegare le rivalità, mostrare il lavoro degli allevatori e degli allenatori, raccontare i cavalli come atleti, produrre contenuti adatti alle televisioni, ai quotidiani, alle piattaforme digitali e ai pubblici internazionali. La comunicazione non può sostituire il prodotto. Può però moltiplicarne il valore quando il prodotto esiste. E può contribuire a costruirlo, mettendo in relazione sport, territorio, imprese e pubblico.

GLI IMPIANTI – Gli ippodromi italiani devono tornare a essere impianti moderni, funzionali e capaci di accogliere pubblici diversi. Non bastano piste di valore tecnico: servono tribune confortevoli, servizi efficienti, accessibilità, ristorazione, connettività e spazi dedicati a famiglie, sponsor e media. Un grande evento può crescere soltanto se dispone di una casa all’altezza della propria storia e delle aspettative contemporanee. Gli impianti devono diventare luoghi vivi, riconoscibili e frequentabili anche oltre le giornate di corse. La qualità dell’esperienza incide direttamente sulla percezione del prodotto ippico e sulla volontà del pubblico di tornare. Senza investimenti strutturali, anche il miglior programma tecnico rischia di perdere forza, attrattività e valore commerciale. Rinnovare gli ippodromi significa quindi investire nel futuro stesso dell’ippica italiana.

LA COMUNICAZIONE – E’ indispensabile cambiare il modo in cui l’ippica viene raccontata, presentandola sempre più come sport e non soltanto come settore legato alle scommesse. Tempo fa Grande Ippica Italiana ha condiviso un’ interessante analisi di Spotlight Sports Group che propone alcune linee di riflessione sul futuro dell’ippica a livello mondiale. Secondo il rapporto, il successo del settore ippico e la crescita delle scommesse passa soprattutto dalla valorizzazione dell’aspetto sportivo. Nello studio si legge infatti che i dati dell’Hong Kong Jockey Club mostrano come circa il 70% dei nuovi appassionati sia arrivato alle corse attraverso lo sport e non attraverso il gioco. Solo in un secondo momento, in modo naturale, questi fan si avvicinano anche alle scommesse. L’obiettivo indicato è quello di ampliare in modo sensibile la base degli appassionati, così da renderli a loro volta capaci di coinvolgere altre persone, anche attraverso i social network. Tra gli esempi citati figurano quanto realizzato intorno ai Jeuxdi di France Galop e le iniziative collaterali legate alla Melbourne Cup in Australia, dove il pubblico vive non solo le corse, ma anche animazioni e spettacoli.

Ecco perchè i cavalli devono essere valorizzati come atleti. Fantini, guidatori, allenatori e allevatori devono diventare protagonisti riconoscibili di storie, rivalità e percorsi sportivi. La comunicazione deve spiegare la competizione, il gesto tecnico, la preparazione e l’intensità emotiva delle corse. Solo così sarà possibile avvicinare pubblici nuovi, soprattutto giovani, famiglie e appassionati provenienti da altri sport. Occorre uscire dal linguaggio rivolto esclusivamente agli addetti ai lavori e costruire un racconto più accessibile, moderno e coinvolgente. Non significa banalizzare l’ippica, ma renderne comprensibili la complessità, il fascino e il valore agonistico. Il futuro passa anche da qui: da una narrazione capace di restituire alle corse la loro piena identità sportiva.

L’IPPICA MONDIALE NON E’ FERMA – Non è corretto sostenere che l’ippica sia irrimediabilmente in crisi a livello globale. È in difficoltà in alcuni Paesi, cresce in altri e attraversa ovunque una trasformazione profonda. Nel 2025 i cinque principali ippodromi gestiti da France Galop hanno accolto 438.000 spettatori, con un incremento dell’8%. La federazione francese ha attribuito il risultato a un programma rinnovato, a una maggiore attenzione per l’esperienza del pubblico, a iniziative promozionali nelle città e all’ingresso di nuovi sponsor.

Royal Ascot continua a crescere. Vincennes riempie le tribune. L’Arc rafforza la propria dimensione internazionale. Hong Kong sviluppa i mercati comuni di raccolta attraverso il World Pool. I grandi appuntamenti giapponesi conservano una partecipazione popolare che pochi altri sport possono vantare. L’ippica, dunque, non è un prodotto condannato dal tempo. È un prodotto che diventa vulnerabile quando resta immobile.

Esistono sensibilità che rappresentano sfide decisive: il benessere animale, la sostenibilità sociale delle corse, la trasparenza, il rapporto con le scommesse, la sicurezza, i costi di gestione e la necessità di parlare alle nuove generazioni. Ignorare questi temi sarebbe irresponsabile. Affrontarli, però, non significa rinunciare all’ippica: significa renderla più solida e credibile.

Per tornare competitiva, l’Italia ha bisogno di investimenti strutturali, ippodromi moderni, governance, grandi eventi, programmazione e comunicazione professionale. Non sono interventi realizzabili con qualche campagna episodica o con provvedimenti destinati a esaurirsi in una stagione. Richiedono riforme e investimenti di medio e lungo periodo. Dopo anni di immobilismo e declino, la distanza accumulata è considerevole. Ma la lezione che arriva dall’Inghilterra e dagli altri grandi mercati internazionali è altrettanto chiara: quando esistono visione, continuità e capacità di investimento, il pubblico risponde. Non basta chiedere agli italiani di tornare all’ippodromo. Bisogna finalmente offrire loro una ragione per farlo.

 

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