Impazienti ma studiosi, ecco l’identikit dei giocatori nei casinò

L’analista di gaming Mauro Natta traccia un ritratto dei giocatori di casinò sulla base della propria personale e lunga esperienza.

 

Dei tempi d’oro del Casinò di Saint Vincent mi piace ricordare quando furono introdotti uno o più giochi nuovi e si trovò il modo di insegnare a giocare alla clientela. Un tavolo nella hall dove uno o due impiegati davano una dimostrazione pratica con gettoni colorati e di nessun valore.

Quello che mi lasciò stupito fu l’interesse suscitato da quella iniziativa, forse era dovuta alla conoscenza della curiosità innata nel giocatore che, non credo si possa omettere, non manca mai ivi compreso nello scrivente.

Al tempo i giochi nuovi o americani che dir si voglia furono oggetto di particolari attenzioni da parte del gestore, si trattava di una società a capitale privato ma diversa da quella affidataria della gestione dei giochi francesi.

Ebbene l’accoglienza delle novità ha sempre formato oggetto di interesse per un giocatore, ad esempio anche l’appassionato dello chemin de fer si interessava del punto banco a prescindere dal “nemico” da battere, in un caso un giocatore nell’altro la Casa.

Il soggetto aveva un vantaggio non indifferente nell’attesa: non era necessario il numero dei partecipanti che, a differenza dello chemin, non hanno l’obbligo numerico del minimo presenti al tavolo. Il tutto con un regolamento abbastanza simile.

Dai vecchi impiegati ho imparato molto, tra l’altro che il giocatore tende a rammentare quando vince e non se perde, che giocando con gettoni con un valore superiore al minimo del tavolo non ha, spesso, la pazienza per aspettare troppo il “rien ne va plus” e la possibilità di contestazioni che, i vari sistemi audiovisivi hanno, fortunatamente, quasi eliminato.

E ancora che l’attenzione da porre alle puntate proprie e/o del collega (allora la fair roulette non c’era) era indispensabile per una partita scorrevole. La percentuale a favore del banco corre e permette di guadagnare sulla scorta delle boules: più sono numerose e meglio è per tutti gli aventi causa.

Me ne accorsi in seguito ma subito non ne avevo compreso la rilevanza: se le puntate erano omogenee tutti ne traevano beneficio, il primis la partita ed il rendimento complessivo. Ecco come sono riuscito a comprendere che a volte conveniva, e l’ho visto fare dall’ispettore di sala, aprire un secondo tavolo con un minimo più alto.

Non ricordo che qualche giocatore si fosse lamentato, anzi era più facile che tutti apprezzassero una iniziativa non esclusivamente a favore dei clienti ma recepita come tale.

Un fatto lo ricordo sempre con piacere perché sta a dimostrare che al giocatore sopra la media non piace attendere: una sera che la partita era ferma per una contestazione, un cliente, allora ero a bout de table, mi diede i gettoni per puntare serie e 8, 11, 23 e 30; dopo poco tempo mi chiese che numero era uscito, gli dissi che non avevano ancora definito la contestazione e il cliente giocò zero e vicini, ritornò ma la situazione non era cambiata, questa volta giocò gli orfanelli.

In totale sono stati puntati 25 gettoni, fortunatamente uscì il numero 1 e la vincita del pieno sull’uno si concluse a suo favore. Il caso, che è vero, non credo sia tanto replicabile; rimane a indicare il carattere prevalente di molti giocatori ai quali non piace aspettare. Alcuni di noi impiegati pensavamo che, se fosse stato possibile, il cliente avrebbe giocato sino dal casello autostradale di Chatillon.

 

Foto di Andrey Novik su Unsplash