Bingo, l’Antitrust insiste: nel Bollettino ufficiale le criticità sulla nuova normativa

Dopo la segnalazione al Senato, l’Agcm formalizza le sue osservazioni nel Bollettino del 4 maggio: sotto esame payout, concessioni e impatto sulla concorrenza della rete fisica.

Dopo la segnalazione inviata a fine aprile alla Commissione Finanze del Senato, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha fatto un passo in più: ha inserito la questione nel Bollettino settimanale. Un dettaglio che può sembrare tecnico, ma che tecnico non è. Pubblicare un rilievo nel Bollettino significa trasformarlo in atto formale, dargli un peso diverso, farne parte ufficiale dell’attività consultiva dell’Autorità nei confronti del legislatore. In altre parole, da alert a presa di posizione strutturata.

Nel mirino c’è una norma precisa: l’articolo 1, comma 91, della Legge di Bilancio 2025, che ha fissato il payout del bingo in una forbice compresa tra il 70 e il 71 per cento del prezzo di vendita delle cartelle. Una finestra strettissima che, secondo l’Antitrust, si traduce in “una restrizione della libertà economica dei concessionari, senza un’effettiva giustificazione dal punto di vista economico e regolatorio.”

Nel mirino c’è una norma precisa: l’articolo 1, comma 91, della Legge di Bilancio 2025, che ha fissato il payout del bingo in una forbice compresa tra il 70 e il 71 per cento del prezzo di vendita delle cartelle. Una finestra che, secondo l’Agcm, si traduce in “una restrizione della libertà economica dei concessionari, senza un’effettiva giustificazione dal punto di vista economico e regolatorio.”

Il cuore del problema, secondo l’Autorità, sta nel ruolo che il payout svolge nel mercato. Non è un dettaglio tecnico: è “il principale strumento di concorrenza tra le sale bingo, idoneo a incentivare efficienza, investimenti e qualità dei servizi.” Comprimerlo in una banda così rigida equivarrebbe, nei fatti, a imporre un “allineamento coattivo dei comportamenti economici dei concessionari” proprio su quella leva che più di ogni altra determina l’attrattività di una sala rispetto alle altre.

L’Agcm punta il dito anche sugli effetti discriminatori della misura. La flessibilità del payout consentirebbe agli operatori, “soprattutto quelli di dimensioni più contenute”, di adattare il livello dei premi “alle condizioni del mercato locale, alle caratteristiche delle proprie sale e della domanda che a esse si rivolge.” Togliere questa possibilità, sostiene l’Autorità, significa togliere ossigeno proprio a chi ne ha più bisogno.

Il contesto in cui si inserisce questa stretta normativa è già fragile. Le sale bingo sarebbero gravate da “costi fissi elevati inerenti alla conduzione diretta di una struttura fisica completa: sala, terminali, sistemi di controllo e accesso, personale, climatizzazione, aree fumatori e infrastruttura telematica, ristorazione”, oltre al canone mensile e al prelievo erariale unico. Le giocate sarebbero rimaste sostanzialmente stabili nell’ultimo decennio nonostante l’inflazione, con “una lieve diminuzione fra il 2024 e il 2025.” E il confronto con gli altri giochi sarebbe impietoso: il payout medio degli altri prodotti regolamentati era “da tempo, soprattutto nel canale online, ben più elevato e in aumento.”

In questo quadro, avverte l’Autorità, la minore capacità competitiva delle sale rischierebbe di minarne la sostenibilità economica “non solo in termini di riduzione del montepremi ma anche di ricavi derivanti dalle attività complementari, con ricadute negative sull’intera filiera.” Meno clienti, meno occupazione, meno indotto locale, sempre nell’analisi.

C’è poi la questione del sistema concessorio, già sollevata nella segnalazione al Senato. Un quadro normativo fatto di proroghe e rigidità che rischierebbe, secondo l’Autorità, di blindare chi è già dentro e di ostacolare l’ingresso di nuovi operatori. In un settore già sotto pressione, questo tipo di assetto potrebbe produrre danni strutturali difficili da recuperare.

La conclusione del documento è netta: il limite al payout “si presenta come una misura potenzialmente distorsiva, in grado di alterare le dinamiche competitive relativamente al gioco del bingo, senza che risulti comprovata un’effettiva esigenza di interesse generale tale da giustificarne l’introduzione.” La richiesta rivolta al legislatore è altrettanto esplicita: eliminare il tetto massimo introdotto dalla Legge di Bilancio, per restituire agli operatori la libertà di competere su una delle poche leve ancora a loro disposizione.

Adesso la parola passa alla Commissione Finanze. I parlamentari dovranno decidere se e come intervenire. Sul tavolo non c’è solo una questione tecnica di settore. C’è il futuro di un comparto che, almeno secondo l’Antitrust, cerca ancora il suo equilibrio tra regole pubbliche, conti che tornino e voglia di restare competitivo.