Dai 3.200 tagli annunciati da Xbox alle chiusure decise da Ubisoft, il 2026 conferma la fragilità dell’industria.
L’industria dei videogiochi continua a perdere posti di lavoro. Dopo le pesanti ristrutturazioni degli ultimi anni, anche il 2026 sta facendo registrare licenziamenti, chiusure di studi, cancellazioni di progetti e cessioni di società controllate, in una crisi che non riguarda soltanto le realtà più piccole ma coinvolge alcuni dei maggiori gruppi internazionali del settore.
Non esiste, al momento, un conteggio ufficiale e universalmente riconosciuto delle persone rimaste senza lavoro. Il portale indipendente Gaming Layoffs, che raccoglie gli annunci pubblici provenienti dall’industria, stima tuttavia quasi 9mila esuberi nel corso del 2026. Il dato va considerato indicativo, perché comprende eventi diversi e potrebbe essere aggiornato o corretto con l’emergere di nuove informazioni.
Il caso più rilevante è quello di Microsoft, che ha annunciato a luglio la più importante ristrutturazione mai realizzata all’interno della divisione Xbox, con circa 3.200 posizioni destinate a essere eliminate durante l’anno fiscale. Una prima fase avrebbe interessato immediatamente circa 1.600 lavoratori, mentre quattro studi sono usciti dal perimetro diretto di Xbox per passare a una nuova gestione. La riorganizzazione non ha quindi comportato automaticamente la chiusura di tutte le società coinvolte: Double Fine Productions e Compulsion Games, per esempio, hanno ottenuto l’indipendenza. Il passaggio, però, non è stato indolore, dal momento che poche settimane dopo l’uscita da Xbox Double Fine avrebbe annunciato il licenziamento di 23 dipendenti, spiegando che la riduzione dell’organico era necessaria per rendere sostenibile l’attività dello studio.
Particolarmente pesante anche la situazione di id Software. Secondo quanto ricostruito da Game Developer, lo studio conosciuto per la serie Doom avrebbe eliminato 136 posti di lavoro nell’ambito della ristrutturazione Microsoft, una delle riduzioni più consistenti registrate quest’anno all’interno di un singolo sviluppatore.
Anche Ubisoft sta ridisegnando la propria struttura. Il publisher francese ha confermato la chiusura degli studi di Winnipeg, in Canada, e Belgrado, in Serbia, mentre alle cessazioni si aggiunge una proposta di riduzione del personale che potrebbe coinvolgere fino a 380 posizioni tra lo studio di Barcellona e le attività internazionali di pubblicazione. La società ha collegato le operazioni alla necessità di ridurre i costi e concentrare gli investimenti sui progetti ritenuti più strategici.
Le difficoltà non risparmiano neppure le aziende che forniscono servizi agli sviluppatori. Keywords Studios avrebbe licenziato 128 dipendenti nella sede di San Francisco, secondo i dati raccolti dal tracker di Gaming Layoffs: il gruppo opera in diversi segmenti della produzione videoludica, tra localizzazione, assistenza tecnica, testing e servizi creativi, ed è considerato un indicatore significativo dello stato di salute dell’intera filiera.
Ancora più delicata è la posizione della spagnola Vermila Studios, sviluppatrice di Crisol: Theater of Idols. La società avrebbe eliminato 19 posti di lavoro e il suo amministratore delegato avrebbe riconosciuto che la chiusura, pur non essendo stata ancora decisa, rappresenterebbe una possibilità concreta qualora non vengano trovate nuove risorse finanziarie. Il titolo era stato pubblicato appena cinque mesi prima dell’annuncio dei tagli.
Il quadro che emerge è quindi quello di una crisi articolata. Alcune società vengono chiuse, altre cedute o rese indipendenti, mentre molte riducono drasticamente l’organico nel tentativo di sopravvivere: parlare genericamente di “studi chiusi” rischia di confondere situazioni molto diverse, ma il risultato occupazionale resta comunque pesante. Alla base delle ristrutturazioni ci sarebbero diversi fattori, dall’aumento dei costi di sviluppo alla maggiore durata dei cicli produttivi, dal rallentamento delle vendite di hardware alla difficoltà di mantenere redditizi i giochi come servizio, fino alla necessità, per i gruppi quotati, di migliorare rapidamente i margini.
Il caso Xbox appare emblematico in questo senso. Nell’ultimo esercizio fiscale, come emerge dal modulo 10-K depositato da Microsoft presso la Sec, i ricavi della divisione sono diminuiti di circa 1,7 miliardi di dollari, con un calo del 7 per cento; le vendite dell’hardware sono scese del 29 per cento per il minor numero di console vendute, mentre quelle relative a contenuti e servizi hanno registrato una flessione del 5 per cento. La società punta a tornare alla crescita entro la fine dell’anno fiscale 2027, ma la strategia passa nel frattempo attraverso un forte contenimento dei costi.
Il paradosso è che la crisi del lavoro prosegue mentre il videogioco resta una delle maggiori industrie mondiali dell’intrattenimento. Le aziende stanno investendo nell’intelligenza artificiale, nel cloud, nei servizi in abbonamento e nelle proprietà intellettuali più conosciute, ma riducono personale e progetti considerati meno redditizi. Il 2026 non appare quindi come una semplice coda delle ristrutturazioni iniziate dopo la pandemia: le decisioni assunte da Microsoft, Ubisoft e dagli altri operatori indicano un cambiamento strutturale, con meno progetti, maggiore attenzione ai franchise capaci di generare entrate ricorrenti e una pressione sempre più forte sugli studi chiamati a dimostrare rapidamente la sostenibilità economica delle proprie produzioni.
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