“Raggiunti i 4,5 milioni di gross gaming revenue al mese”, afferma il Managing Director Southern Europe del Gruppo Betsson Stefano Tino. “Ma l’intero settore condanna l’inserimento di player come Polymarket sfruttando i vuoti normativi”.
Seguendo la scia del consolidatissimo StarCasinò, betsson.it continua a penetrare nel mercato italiano. La regia è affidata al Managing Director Southern Europe Stefano Tino, con cui abbiamo analizzato la crescita del brand e affrontato il tema spinoso dei prediction market e il caso Polymarket, sito di trading su eventi reali (dalla politica allo sport fino agli scenari geopolitici) recentemente entrato nel calcio italiano grazie a un accordo con la società di calcio Ss Lazio: “L’intera industry del gaming in Italia è allineata: nessuno accetta la presenza di Polymarket inseritosi in un vuoto normativo. Le possibilità di correre ai riparari ci sono, anche le istituzioni calcistiche possono fare un passo importante”.
Partiamo da Betsson.it, bilancio positivo?
“Quando ho lavorato sul lancio di Betsson in Italia, l’ho fatto sulla base delle ottime performance registrate negli ultimi anni da StarCasinò, attivo dal 2012. Parliamo di risultati molto rilevanti, sempre al di sopra della media del mercato nell’ultimo triennio o quadriennio, con una crescita del 25-26% anno su anno. Una base solida sulla quale abbiamo pianificato il lancio di betsson.it che è stato un autentico all-in, ci abbiamo investito molto e siamo assolutamente ripagati fino ad ora”.
Qualcuno però aveva parlato di scelta azzardata…
“Vero, perché siamo subentrati in un mercato saturo. Ma l’opportunità del bando, unita al grande lavoro storico fatto con StarCasinò, ci ha dato la spinta decisiva. Vogliamo continuare ad ampliare l’offerta e modificare il posizionamento del Gruppo per renderlo sempre più entertainment e meno gambling”.
I numeri ti danno ragione?
“Sì. Dopo circa due anni, due anni e mezzo di attività, abbiamo raggiunto i 4,5 milioni di gross gaming revenue al mese con betsson.it. Abbiamo fatto tanto, ma non è mai abbastanza: non si crea un brand in due anni, né si consolidano retention e loyalty in così poco tempo. Ricordiamoci che lottiamo contro mostri sacri presenti sul mercato da moltissimo. Allo stesso tempo, sono sicuro che nel giro di massimo cinque anni, se non meno, la nostra dipendenza dal marketing sarà decisamente inferiore. In realtà stiamo già lavorando a una differente distribuzione degli investimenti, ma abbiamo ancora da costruire”.
E i Pvr, nulla per adesso?
“Mai dire mai, non è di certo escluso che accada in futuro. Se si presentassero le giuste condizioni è un’evoluzione che ho sempre tenuto in considerazione. All’interno del settore sanno bene dove ho guardato e con chi ho parlato”.
Il caso Polymarket-Lazio apre un precedente. Ti sei opposto da subito, nonostante la controparte parli di un’attività di analisi e insight digitali coerente con il quadro normativo vigente.
“È palese che l’intera industry in Italia sia compatta: nessuno accetta la presenza di Polymarket, c’è stata la ‘genialità’ di inserirsi in un vuoto normativo e attualmente viviamo un paradosso: da un lato, un quadro regolatorio estremamente restrittivo – incluso il divieto quasi totale di pubblicità previsto dal decreto Dignità – continua a esercitare una forte pressione sugli operatori legali; dall’altro, assistiamo all’ingresso dei mercati di previsione nel panorama delle sponsorizzazioni sportive tradizionali. Se in Italia la definizione giuridica di gioco d’azzardo fosse leggermente diversa, non avrebbero potuto fare nulla. Invece oggi si dà loro un’enorme visibilità, e ne arriveranno altri; sono infatti già in lavorazione accordi per le sleeve sponsor (le sponsorizzazioni sulla manica della maglia, ndr). Se sappiamo che in Italia la burocrazia rallenta i processi, allora si regolamenti il prediction market all’interno del contesto esistente e si emettano delle licenze. Almeno lo Stato ci guadagnerebbe”.
Ti sentiresti di suggerire una mossa?
“Adm ovviamente combatte Polymarket. Ma io penso che quando un nemico non lo puoi sconfiggere, ti ci devi alleare, regolamentandolo. Anche perché esiste il rischio concreto che sponsorizzazioni di alto profilo come queste convoglino traffico e capitali significativi verso piattaforme non regolamentate. Devo dire, però, che sono fiducioso che la situazione possa prendere la giusta piega, ma se si apre una porta da cui può entrare chiunque, diventa un problema regolatorio e di sostenibilità per tutto il comparto. Se invece si inizia a toccare il sistema dei club, forse qualcosa cambia. O la Lega Calcio interviene con una norma interna di natura sportiva, oppure dobbiamo capire quali workaround legali siano possibili. Io uno l’ho suggerito, ora sta alle istituzioni muoversi”.
Il settore, generalmente, agisce in modo omogeneo o è frammentato?
“Ci sono tante associazioni ma c’è ancora troppo poco dialogo. Ci vorrebbe molta più unione concreta. Ad oggi, se ho qualcosa da dire ad Agcom, ad esempio, preferisco muovermi e interloquire direttamente”.
Nuovi progetti in cantiere?
“Stiamo lavorando per ottimizzare ciò che abbiamo, con l’obiettivo chiaro di continuare a espandere il business in Italia. Più che sul marketing, mi sto concentrando sull’aspetto organizzativo e strutturale. Abbiamo fatto tantissimo, ma credo ci siano ancora dei limiti strutturali che possiamo superare. Parliamo di investimenti importanti e di cambiamenti rilevanti, ed è esattamente su questo che sto ragionando”.








