Arbitrato Casinò Campione, vicenda complessa da valutare integralmente

Occhi puntati sull’arbitrato sulla gestione del Casinò Campione dal 2011 al 2018, una vicenda che va valutata nella sua interezza e complessità.

 

I consiglieri comunali di Campione 2.0 Simone Verda e Gianluca Marchesini, nel complimentarsi con il neo presidente del Casinò Roberto Guarini, gli hanno ricordato che “dovrà affrontare immediatamente il problema sorto da settembre con la chiamata in arbitrato di 17 convenuti, ex amministratori di Como di Lecco e di Campione d’Italia , professionisti autorevoli e di spicco accusati di responsabilità nella mala gestio dell’azienda negli anni passati con richiesta di danno di 80 milioni di euro”.

Il tema in realtà riguarda, direttamente e indirettamente, tutti gli amministratori (sindaci compresi) che si sono succeduti nel decennio scorso nei consigli di amministrazione del Casinò di Campione d’italia, dato che le condotte per le quali l’azienda agisce hanno natura collegiale.
Ci sarebbe stata mala gestio se tutti gli amministratori, consapevoli della mancanza di patrimonio netto, avessero proseguito l’attività senza richiedere l’intervento del socio nella ricapitalizzazione, socio al quale è spettata la decisione finale di realizzare i conferimenti di usufrutto del palazzo e marchio, che erano nella sua disponibilità.

A un osservatore non tecnico non può non balzare agli occhi che il Casinò non è mai fallito e che, se ha riaperto senza nessun nuovo conferimento, doveva avere necessariamente un patrimonio netto positivo anche precedentemente alla riapertura. E chi ha deciso che questa patrimonializzazione era positiva ? Proprio il Tribunale di Como, approvando il piano in continuità.

E infatti il consigliere comunale Christian Toini ha chiesto al sindaco Roberto Canesi, anche verbalmente in consiglio comunale, tra gli altri, diversi dirimenti quesiti: “1. per quale motivo, nella domanda di arbitrato, il patrimonio netto 2018 è indicato come importo negativo di € 55.689.066,71, mentre nell’attestazione del concordato preventivo 2022 il medesimo valore, alla data del 30 aprile 2018, risulta positivo per € 50.338.469;
2. perché nel parere tecnico affidato al prof. Cortesi non sia stata esaminata la documentazione relativa al concordato preventivo in continuità e alla relativa attestazione di veridicità dei dati aziendali;
3. perché la domanda di arbitrato sostenga che la società avrebbe proseguito l’attività in assenza dei presupposti di continuità sin dal 2012, nonostante il Tribunale di Como abbia invece ammesso la società al concordato in continuità proprio sulla base dell’esistenza di tali condizioni”.
In realtà ,come pare aver risposto il sindaco, tutto ruota attorno alle valutazioni delle curatrici fallimentari.

Fatto notorio ormai: i valori degli “asset” a bilancio sarebbero stati in ipotesi sopravvalutati ma, e per alcuni convenuti e’ un “ma” di dimensioni cubitali, le valutazioni delle curatrici sono riferite a un fallimento, per sentenza, inesistente.
Di conseguenza, nella loro prospettiva, stante la revoca definitiva del fallimento, sono inutilizzabili i dati che emergono dagli atti della procedura fallimentare e le ricostruzioni nonché le valutazioni degli organi fallimentari. Ciò in particolare vale per la Relazione ex art. 33 legge fallimentari che compendia le attività di maggior rilievo compiute nel caso di specie dalle curatrici.
Ma poi i dubbi persistono anche entrando nel merito.
In particolare le curatrici fallimentari hanno affermato la totale assenza di valore del marchio del Casinò, diversamente dal valore positivo esposto a bilancio.

Le curatrici fondano la loro posizione su un parere rilasciato dal professor Valerio Tavormina che, testualmente, scrive: “Tali marchi (del Casinò di Campione d’Italia Ndr) non hanno alcun valore, perché – essendo riferiti all’attività del gioco d’azzardo, che per legge può essere esercitata solo dal Comune – nessuno potrebbe comprarli e neppure usarli se non la Società”.
Ad alcuni convenuti, questa valutazione sembra abbastanza lontana dalla realtà, dato che si considera, incredibilmente, il settore del gioco come articolato nel solo settore del gioco d’azzardo dei casinò terrestri nazionali, tralasciando totalmente il gioco pubblico, che è invece, il principale terreno di sfruttamento del valore del marchio, che è, appunto, principalmente quello dei casinò online.
Il valore del marchio di un casinò terrestre è ormai un fatto così accettato dagli analisti economoci che Brand Value, leader globale nella definizione del valore di un marchio, inserisce proprio i casinò terrestri come i detentori del maggior valore del marchio nel settore del gambling. Ige Magazine espone la seguente tabella (dove convivono casinò fisici con divisione online e casinò online) su gentile concessione di Brand Finance.

 

Nei fatti, quindi, lo sfruttamento commerciale del marchio, da parte di un casinò terrestre, è legato al cosiddetto “gioco legale”, al punto che lo stesso marchio è stato usato indebitamente da siti online esteri, costringendo l’azienda Casinò di Campione ad agire per il recupero. E, ancora, la stessa vicenda si e’ verificata, ad esempio, per il Casinò di S.Vincent, come denunciato, a suo tempo ,dal consigliere regionale (oggi presidente del consiglio regionale) Stefano Aggravi. E con segnalazione quasi settimanale, come riporta la Nuova Venezia il 18.2.25, il Casinò di Venezia deve chiedere l’intervento delle autorità (Agcom e ministero Interno) per agire contro i siti online usurpatori del marchio.

Tecnicamente, i casinò online hanno spesso una notorietà di marchio piuttosto bassa mentre quella dei casinò fisici, con una storia spesso centenaria, è elevatissima. Per questo sono appetibili e ci sono aziende digitali che tentano di appropriarsene anche con mezzi illeciti.

Il marchio Casinò di Campione di Italia è stato utilizzato indebitamente anche negli anni di chiusura aziendale (che avrebbe potuto, per assurdo, essere anche definitiva), dimostrando un valore importante (essendo stato oggetto di furto) anche in assenza di operatività del casinò terrestre.

Mentre, per il calcolo del valore dell’usufrutto del palazzo a livelli minimi, la criticità rilevata dal perito delle curatrici fallimentari è quella di non poterlo considerare un edificio commerciale, ma un unicum (di poco valore come “un ospedale o una caserma”). E pertanto non potrebbero applicarsi i normali criteri di valutazione degli osservatori ufficiali per il settore commerciale. Criteri usati dal perito nominato dal presidente del Tribunale di Como.

Ma nei fatti il palazzo ha sicuramente una destinazione commerciale non solo legata al gambling (l’area gioco rappresenta circa il 15% degli spazi complessivi) E la stessa azienda è oggi impegnata nella collocazione commerciale degli spazi, come da Piano omologato in continuità.

Ci sono “tre possibili alternative: galleria commerciale, hotellerie e servizi alla persona (medicina, estetica), a fronte delle quali la destinazione recettiva appare la più verosimile e sostenibile adottando un modello di business di B&B di fascia alta ad elevata automazione”, afferma una recente relazione dei commissari giudiziali, che mai mette in dubbio la destinazione commerciale del palazzo.

Lo stesso Maurizio Salvalaio ex presidente di Federgioco e del Casinò di Venezia, è stato tra i vertici di Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi aderente a Confcommercio), come rappresentante del settore commerciale nazionale.

In realtà, a prescindere dagli aspetti bilancistici, per alcuni convenuti e in attesa ovviamente dell’esito dell’arbitrato, mala gestio, in un senso più ampio, non vi è stata, anche se ci riferiamo alla performance di mercato del decennio scorso.

Va ricordato quanto dichiarato dal sindaco Roberto Canesi, solo pochi anni fa, in sede di impugnazione della decisione relativamente al disequilibrio del Comune.

“Negli ultimi anni si sottolinea la capacità del Casinò a dimostrare una sostanziale tenuta, registrando ricavi di gioco stabilmente intorno o superiori a 90 milioni di euro.

In pratica, il Casinò di Campione d’Italia, per un periodo di ben 6 esercizi, dal 2012 al 2017 (prima della marcata flessione del 2018) e in controtendenza con il settore nazionale, aveva dimostrato stabilità, con un picco di fatturato nel 2015.
Basti considerare che il Casinò di Campione d’Italia, dopo una flessione della propria quota di mercato dal 25,9 percento al 25,7 percento dal 2009 al 2010, aveva registrato una crescita sino ad una quota di mercato del 32,1 percento del 2017, con conseguente conquista della leadership nazionale.
Ma, al di là del dato tecnico della quota di mercato una semplice analisi aziendale evidenzia come il Casinò abbia registrato, dal 2010 al 2017, un incremento di circa 100 milioni di euro di fatturato, rispetto alla situazione di mantenimento della quota di mercato iniziale. Crescita positiva attribuibile, per definizione, anche agli amministratori del Casinò.

Alcuni convenuti, sentiti da Ige Magazine, hanno espresso stupore per l’azione del Casinò contro di loro. E questo ancor più se si accende un “faro” sul 2018.

Infatti, è fondamentale riferirsi allora all’unica vera fonte ufficiale e attuale sul tema del bilancio del Casinò: quella dell’advisor (successivo alle cessate curatrici), tenuto alla assoluta veridicità delle sue affermazioni e che ha confermato la presenza di un patrimonio netto largamente positivo nel 2018.

Per Stefano D’Amora avrebbe avuto molto senso gestire la crisi non strutturale del Casinò (che a quella data era pertanto risolvibile), appunto già nel 2018, con un accordo di ristrutturazione del debito. L’advisor precisa come con questa soluzione si sarebbe evitata la pluriennale chiusura (che ha poi “affossato” il Casino’) avendo l’azienda già a quel tempo, ormai agito sulle due ragioni della crisi: “quantum” incoerente alla dimensione aziendale da riconoscere al Comune e costo del personale.

“Purtroppo con il senno di poi si è verificato quanto fallaci siano state le motivazioni addotte dall’Organo di liquidazione per la decisione di non aderire all’accordo di ristrutturazione del debito (che avrebbe evitato la sentenza di fallimento, poi comunque rivelatasi “nulla”) e quanto danno probabilmente abbiano apportato all’ Ente (comunale)”, puntualizza ancora Stefano D’Amora.

E, bene sottolinearlo ancora, la riapertura del Casino’ e’ avvenuta qualche anno dopo senza nessun nuovo conferimento, ma con lo stesso patrimonio netto del 2018.

Qualche puntualizzazione, ancora, va fatta sulla complicata “genesi” del fallimento (comunque “inesistente”) perchè l’azienda aveva, come attestato, la potenzialità per superare la crisi. Ma una denuncia per presunto peculato del 2016, poi considerata infondata dalla Cassazione, ha messo in moto, con la richiesta di fallimento, uno “tsunami” che ha travolto il paese. Anche se poi lo stesso fallimento si è rivelato “inesistente”.

E infine, in chiusura, sia per i consiglieri comunali di minoranza, che per i convenuti sentiti, è incomprensibile la scelta di preferire una forma di giudizio costosissima come l’arbitrato che, in questo caso, sembra fare solo lievitare i costi complessivi del procedimento.

Certamente sarà cura del neo presidente del Casinò l’approfondimento della vicenda nella sua interezza e complessità.