La storia recente del Casinò Campione è stata caratterizzata da mala gestio? Una disamina dei fatti per dirimere la questione.
Il tema della presunta “mala gestio” degli amministratori che si sono succeduti dal 2012 al 2018 ha ottenuto una visibilità mediatica elevatissima nel recente periodo, a seguito dell’azione di responsabilità promossa dal Casinò di Campione d’Italia in accordo con il Comune, mediante l’utilizzo della modalità dell’arbitrato.
E recentemente, come previsto da Ige Magazine in un precedente articolo, è stato dato corso alle prime azioni tese a ottenere il risarcimento dei costi e dei danni di immagine subiti dagli ex convenuti dell’arbitrato, ormai estinto per volontà del Casinò che lo aveva promosso.
Per i legali che hanno iniziato il percorso di una prima azione legale, la ragione del danno è data (testualmente) dal fatto che “il Casinò di Campione ha fondato la domanda di arbitrato sull’assunto dell’erroneità di valori patrimoniali che essa stessa ha presentato come corretti al Tribunale di Como in sede di domanda di ammissione al concordato preventivo e che riproduce nei propri bilanci annuali”.
Un cortocircuito logico clamoroso, secondo questi legali, facilmente verificabile solo andando a leggere il piano in continuità, i bilanci della Casa da gioco e gli impegni di spesa del Casinò per pagare i periti che hanno confermato i valori a bilancio, come la perizia del 2022, recepita nel bilancio 2023.
E ancor più, come fortemente evidenziato dagli ex convenuti nelle loro difese, considerando che il primo ad affermare che i valori patrimoniali espressi dagli amministratori contro i quali si agisce siano corretti, e cioè il project leader del piano in continuità, è poi lo stesso legale che ha collaborato con il presidente Mario Venditti (oggi coinvolto nella “tempesta” di Garlasco) e il management aziendale nella proposizione dell’azione contro gli ex convenuti dell’arbitrato estinto, con un mutamento di posizione e visione.
Una contraddizione che pare evidente, anche alla luce della considerazione che la stessa questione si presenterà, tra pochi mesi, sul fronte del processo penale, dove l’accusa principale è sempre la stessa: l’erroneità di valori patrimoniali, attraverso una falsificazione dei bilanci che, solo leggendo la documentazione che è pubblica, non sembra esserci stata.
Processo penale che ormai dura da anni, senza che mai i vertici aziendali della Casa da gioco abbiano riconosciuto quella che pare ormai evidente nei sopracitati documenti pubblici: per lo stesso Casinò i valori a bilancio dei precedenti esercizi sono corretti.
Un’occasione poteva essere colta nell’udienza del 15 dicembre 2025, presenti i vertici aziendali, ma pare che nulla sia emerso in questo senso, anche se, come sottolineato dai consiglieri comunali Simone Verda e Gianluca Marchesini, la riserva non è stata ancora sciolta da parte del giudice.
Verda e Marchesini infatti sottolineano che “nessuno ha obbligato la società ad andare in arbitrato per ‘azioni di responsabilità’” (e comunque lo si sarebbe dovuto fare dopo aver analizzato con certosina attenzione ogni dettaglio) e che risulterebbe loro che “il Tribunale di Como dal 15.12.25 si sia riservato senza sciogliere ancora ad oggi la riserva in merito al concordato”.
Ma in una fase nella quale gli ex convenuti dell’arbitrato stanno agendo per farsi rimborsare costi e danni che, a una primissima stima, potrebbero essere complessivamente maggiori di due milioni di euro (tenendo conto di dichiarazioni pubbliche degli stessi e dei risarcimenti già richiesti) cerchiamo di fare un quadro degli elementi emersi nella discussione degli ultimi mesi. Tutti temi più o meno ripresi anche in campagna elettorale in corso.
IL CONTESTO AMBIENTALE – Negli anni dal 2014 alla fine del decennio, i casinò sono stati probabilmente interessati da un “vento” che, forse anche politicamente, si era orientato verso la privatizzazione o a nuove forme di gestione degli stessi. Parliamo di accadimenti che hanno interessato tre casinò su quattro, difficile che si tratti di una coincidenza.
Il primo dei tre ad esporsi a questo “vento” era stato il Casinò di Venezia, con una procedura di privatizzazione “alla luce del sole”. “Vento” che poi ha soffiato, attraverso un potenziale fallimento (legato anche a delle denunce come “motore”), a Campione d’Italia e Saint Vincent.
Questi accadimenti hanno esposto gli amministratori del periodo, compresi i convenuti dell’arbitrato di Campione, a situazioni di particolare rischio e difficoltà, ritrovandosi probabilmente nel “campo di battaglia” di strategie politiche.
Vi è stato un momento, ricordato proprio in queste ore dal sindaco Roberto Canesi nelle sue ultime dichiarazioni in uscita, nel quale, in documenti ufficiali, si era affermato che la “riapertura” del Casinò Campione fosse quasi impossibile. Nella famosa relazione Bruschi, si parlava di una necessità di 50 milioni di euro, questo nonostante il Casinò fosse un’azienda fortemente “liquida”, un’ipotesi infatti destinata a decadere vista la differente evoluzione della vicenda.
Si suggeriva un fallimento “in proprio”, e, anche se non era una opzione inizialmente prevista nel mandato, veniva preferita, per il futuro, la strada della privatizzazione. Si erano già sentiti degli imprenditori, che si erano espressi poi con coloriti interventi mediatici.
Non se ne fece nulla, probabilmente per un imprevisto quando radicale stravolgimento dell’assetto politico nazionale.
Mentre, secondo quanto emerge, era sufficiente ritarare il contributo al Comune a livelli coerenti alla copertura dei costi allineati a standard comunali che, dal 2010, si sono sempre più imposti come criterio di riferimento.
Per questi tre casinò, coinvolti in questa particolare fase storica e politica, parliamo comunque di situazioni che si sono risolte con il rimborso integrale, di fatto o potenzialmente, dei debiti, per gli ultimi due casinò (Saint Vincent e oggi Campione di Italia, come recentemente annunciato dai commissari) e di “caduta” del processo di privatizzazione a Venezia.
IL PROBLEMA DELLA NARRAZIONE – È comprensibile la reazione fortissima degli ex sindaci alle accuse dell’azienda espresse nella richiesta di arbitrato, perché l’azienda stessa, come ormai pare essere di indiscutibile evidenza, era dotata di patrimonio netto largamente positivo.
Viene esclusa “l’erroneità di valori patrimoniali” come affermato dai legali del collegio sindacale, che oggi chiedono un risarcimento molto consistente.
E in più l’azienda ha avuto un Margine Lordo (prima di contributo al Comune e Imposta Spettacoli) che dal 2012 al 2016 (ultimo bilancio approvato) è stato mediamente di 21.662.000 euro, sostanzialmente allineato a quello attuale.
Con questi fatti, la narrazione a fondamento della pretesa racchiusa nell’arbitrato sembra ad alcuni convenuti (come ha sostenuto il consigliere Giorgio Colato) “decisamente strumentale e persecutoria”.
Va poi ricordato quanto dichiarato dal sindaco Canesi, solo pochi anni fa, in sede di impugnazione della decisione relativamente al disequilibrio del Comune.
“Negli ultimi anni si sottolinea la capacità del Casinò a dimostrare una sostanziale tenuta, registrando ricavi di gioco stabilmente intorno o superiori a 90 milioni di euro.”
In pratica, il Casinò di Campione d’Italia, per un periodo di ben sei esercizi, dal 2012 al 2017 (prima della marcata flessione del 2018) e in controtendenza con il settore nazionale, aveva dimostrato stabilità, con un picco di fatturato nel 2015.
Basti considerare che il Casinò di Campione d’Italia, dopo una flessione della propria quota di mercato dal 25,9 percento al 25,7 percento dal 2009 al 2010, aveva registrato una crescita sino a una quota di mercato del 32,1 percento del 2017, con conseguente conquista della leadership nazionale.
Ma, al di là del dato tecnico della quota di mercato, una semplice analisi aziendale evidenzia come il Casinò abbia registrato, dal 2010 al 2017, un incremento di circa 100 milioni di euro di fatturato, rispetto alla situazione di mantenimento della quota di mercato iniziale. Crescita positiva attribuibile, per definizione, anche agli amministratori del Casinò.
E in più dal 2007 alla chiusura del 2018 il numero dei dipendenti (Fte), diversamente da quanto riportato da recenti notizie giornalistiche, è sceso da 660 a 399 (-40%), senza contare la seconda procedura di licenziamento collettivo del 2018, che non ha trovato implementazione per l’improvvisa chiusura del Casinò, a causa della mancata approvazione del piano di ristrutturazione del debito, all’ultimo secondo.
Piano che, con il senno di poi (come dice l’attestatore al Piano in continuità), sarebbe stato palesemente praticabile.
Diventa dunque difficile parlare di mala gestio o decozione per un’azienda con questi parametri, mentre è certamente un elemento di crisi la dimensione del contributo al Comune, fortemente disallineato per anni rispetto ai parametri dei costi standard di un comune italiano, ma che ha drammaticamente inciso sul bilancio, generando grandi perdite milionarie.
Sicuramente il Casinò ha la missione di portare a pareggio il bilancio comunale, come da Regio Decreto del 1933, ma non può certo pagare un contributo superiore al fatturato aziendale come, potenzialmente, sarebbe potuto accadere con il sistema in vigore all’inizio del decennio scorso. Infatti la dimensione raggiunta proprio all’inizio del decennio scorso del contributo era di oltre 60.000.000 di franchi svizzeri, Isi esclusa, un dato maggiore del fatturato attuale.
Si tratta di una situazione che, con la rinuncia del Comune a parte del proprio esorbitante credito, lo ha portato a perdere la qualifica di “creditore”, divenendo un “investitore”, come ha precisato la Corte dei conti con sentenza che ha richiamato la decisione del Giudice fallimentare.
Da qui la situazione di postergazione “automatica” come prevista dal codice civile, come ultimo dei creditori del Casinò.
Ma, una volta ridefinito con un accordo il valore del contributo al Comune (come è oggi), venendo meno la legge che lo fissava in quota fissa e in continua crescita, l’azienda è ripartita, dato che non era in una situazione di crisi strutturale irrisolvibile. E seguendo la ratio della attuale legislazione in materia di crisi di impresa, dove la marginalità lorda, se positiva (o largamente positiva come in questo caso) diventa il vero “motore” della ripartenza, come afferma l’attestatore del Piano in continuità, figura che, per definizione, deve valutare la vicenda in modo totalmente asettico, nella massima indipendenza.
Aggiungiamo infine, tra le cause della crisi, il crollo del cambio, problema macroeconomico e certo non imputabile agli amministratori, cosi reale da portare allo stanziamento di 300 milioni di euro a favore del Comune di Campione d’Italia da parte dello Stato.
Citato in questi giorni, durante la campagna elettorale, questo stanziamento è considerato supporto assolutamente imprescindibile del bilancio comunale, superando oggi di molto, nella dimensione economica, il contributo prodotto dal Casinò.
Foto di Max Muselmann su Unsplash







