Il tema loot box cambia, da Paese a Paese. In Italia, ad esempio, non c’è una norma specifica. L’analisi dell’avv. Emanuela M. De Leo.
Il 18 dicembre 2025 la Corte suprema austriaca ha rovesciato una condanna da 20.000 euro inflitta a Electronic Arts e Sony. Il motivo? I giudici di merito avevano guardato alla singola operazione – l’acquisto di un pacchetto – senza considerare l’intera partita. Secondo l’Oberster Gerichtshof, nel contesto di FIFA Ultimate Team la componente abilitativa del giocatore bilancia la fortuna del drop. Non è azzardo, almeno in questo caso.
Ma attenzione: la Corte non ha detto che le loot box, in generale, non sono gioco d’azzardo. Ha deciso su FIFA, punto. Se il design del gioco cambia, può cambiare anche la qualificazione.
Stesso gioco, Paesi diversi, regole diverse
In Olanda, nel 2022, il Raad van State ha seguito la stessa logica austriaca e ha annullato una multa da 10 milioni a EA. Ma i giudici di primo grado avevano confermato la sanzione. Stessa meccanica, stesso codice, esito diverso a seconda del collegio.
In Belgio è successo l’opposto. La Kansspelcommissie ha qualificato le loot box a pagamento come azzardo nel 2018, senza distinzioni sull’abilità del giocatore. Risultato: EA ha rimosso gli acquisti con soldi veri per i pacchetti FUT in Belgio dal 2019. Si può solo accumulare crediti giocando. Altri editori hanno ritirato i titoli.
La lezione è semplice: la stessa meccanica può essere legale o illegale a seconda del Paese. E non è l’editore a decidere, ma il legislatore.
L’Italia: nessuna legge dedicata, ma non tutto è permesso
In Italia non c’è una norma specifica sulle loot box. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli non può intervenire perché, nella maggior parte dei casi, i contenuti virtuali non si trasformano in denaro reale. Senza questo elemento, manca un requisito del reato di gioco d’azzardo.
Chi ha fatto qualcosa è l’Agcm, l’Autorità per la concorrenza. Ha aperto fascicoli contro EA e Activision Blizzard per pratiche commerciali scorrette: probabilità nascoste, valute virtuali che rendono opaco il costo reale, meccaniche aggressive. Non dice “è azzardo”, dice “ingannate chi compra”. Per chi gioca la differenza è concreta: più trasparenza, non un divieto.
L’Agcom resta fuori: il divieto di pubblicità al gioco d’azzardo non si applica, perché le loot box non sono giuridicamente azzardo. Gli spot che si vedono in rete, per ora, sono regolari.
Europa: molte parole, pochi atti
Il Parlamento europeo nel 2020 ha ammesso che le loot box sono vicine all’azzardo, ma ha rifiutato una legge comune. Nel 2023 ha chiesto alla Commissione di valutare se bastano le norme sulle pratiche commerciali sleali, ipotizzando un divieto per i minori. La Commissione non ha ancora proposto nulla di concreto.
C’è il Digital Services Act, che vieta le interfacce ingannevoli – i cosiddetti dark pattern. Timer finti, valute virtuali che nascondono il prezzo, stimoli da slot machine rientrano qui. Ma se una pratica è già punita come commerciale scorretta (come fa l’Agcm), il Dsa si applica in seconda battuta. È un’arma in più, non la soluzione.
Corea del Sud e Brasile: due estremi
Il Brasile ha scelto la linea dura: dal marzo 2026 divieto assoluto, senza distinzioni.
La Corea del Sud ha costruito il sistema più trasparente. Dal 2024, obbligo di pubblicare le probabilità esatte di ogni oggetto, anche con valute virtuali. Dal 2025, danni punitivi fino al triplo con inversione dell’onere della prova. La Korea Fair Trade Commission ha già multato Nexon per 8,9 milioni di dollari per aver manipolato i tassi di drop. I dati parlano chiaro: l’84% dei publisher rispetta le regole in Corea, contro il 64% nel Regno Unito e il 35% nei Paesi Bassi. La paura della sanzione funziona meglio dell’autoregolamentazione.
La Cina impone disclosure dal 2017, con controlli rigidi. Singapore sta costruendo un regime dedicato con verifica dell’identità e tetti di spesa.
Il problema dell’esport competitivo
Nei tornei professionistici di FIFA/EA Sports FC, la qualità della rosa influenza il risultato. E la rosa si costruisce anche con i pacchetti. Accanto all’abilità del giocatore entra quindi una componente economica: quanti pacchetti ha aperto, quanta fortuna ha avuto.
Questo crea un problema di competitive integrity — equità competitiva. E il paradosso è che lo stesso contratto (EULA) che nega la proprietà dei beni virtuali, impedendone la vendita, è ciò che ha permesso ai giudici austriaci e olandesi di escludere l’azzardo. La stessa clausola che protegge legalmente l’editore, indebolisce l’equità del torneo.
Cosa potrebbe succedere in Italia
Tre strade sono possibili. La prima, di stampo austro-olandese, richiederebbe di rileggere l’art. 110 TULPS caso per caso, valutando il rapporto tra fortuna e abilità. Incertezza prolungata, FIFA probabilmente al sicuro, altri giochi forse no.
La seconda, sul modello sudcoreano, introdurrebbe per legge l’obbligo di trasparenza sulle probabilità, con sanzioni pesanti. Più chiarezza per chi gioca, nessun divieto. La terza, di impostazione belga, qualificherebbe come azzardo qualsiasi acquisto con soldi reali di contenuti virtuali determinati dal caso. Conseguenza: divieto di acquisto, solo grind, possibile ritiro di titoli.
La scelta non è neutra. Decide chi controlla, cosa si può pubblicizzare, quanto lo Stato entra nei contratti tra editori e giocatori.
La domanda che resta senza risposta
I giudici austriaci e quelli belgi, partendo dallo stesso presupposto, sono arrivati a conclusioni opposte. Non perché uno sbaglia, ma perché la risposta dipende da cosa si decide di guardare: il singolo pacchetto o l’esperienza complessiva? La meccanica pura o l’economia che la circonda?
Per chi gioca in Italia, la situazione è questa: oggi aprire un pacchetto è legale. Domani potrebbe non esserlo, o potrebbe essere regolato diversamente. E non è l’editore a decidere, ma il legislatore — che per ora non ha scelto.
Fino a quel giorno, l’unica protezione concreta resta quella dell’Agcm sui consumatori: se le probabilità sono nascoste, se il costo è opaco, se la meccanica è ingannevole, c’è un’Autorità che può intervenire. Ma non può rispondere alla domanda di fondo: aprire pacchetti è giocare d’azzardo?
In Austria, per FIFA, hanno detto di no. In Belgio, di sì. In Italia, nessuno ha ancora risposto. E per chi gioca, questo silenzio è il vero rischio.
Dell’avv. Emanuela M. De Leo, Consulenti dello Sport
Foto di Fredrick Tendong da Unsplash







