Adriano incorona Chivu: ‘Non immaginavo facesse il tecnico ma aveva testa’

In un’intervista esclusiva al format Betsson Sport Talks, Adriano, il fuoriclasse brasiliano, si racconta tra la potenza del suo sinistro e la maturità di chi ha saputo riconoscere il talento dei grandi leader, dentro e fuori dal campo.

 

In un’intervista esclusiva al Betsson Sport Talk, Adriano Leite Ribeiro, per tutti “L’Imperatore”, torna a raccontarsi a cuore aperto in un dialogo con Pierluigi Pardo. Dagli esordi nelle favelas al successo mondiale, fino al dolore per la perdita del padre che ha segnato la sua carriera, il fuoriclasse brasiliano ripercorre le tappe di una vita vissuta senza filtri.

Prima di diventare il gigante fisico ammirato a San Siro, Adriano ha vissuto un’evoluzione tecnica sorprendente. Il passaggio al calcio europeo ha richiesto un duro lavoro di adattamento, facilitato da mentori che hanno saputo sgrezzare il suo talento cristallino; fondamentale, in questo senso, è stato il periodo a Parma: “È stato Prandelli che mi ha veramente insegnato… mi prendeva dopo l’allenamento perché sapeva che ero già forte, ma non sapevo scegliere lo spazio per mettere la palla. Io chiudevo gli occhi e calciavo”.

Nonostante la sua potenza fosse leggendaria, con tiri che potevano sfiorare i 140 km/h, Adriano ha sempre nutrito un profondo rispetto per la scuola difensiva italiana, citando in particolare i suoi rivali storici del Milan. Pur essendo l’Inter la sua “seconda casa”, il brasiliano ha riconosciuto la superiorità intellettuale di certi avversari: “Maldini è stato per me il difensore più difficile. Anche Nesta… non erano cattivi perché erano forti, erano più intelligenti. Pensavano prima”.

Proprio l’intelligenza tattica e la capacità di analisi sono doti che Adriano ha ritrovato in alcuni suoi storici compagni di squadra, come nel caso di Cristian Chivu, oggi stimato tecnico. Il brasiliano ha confessato la sua sorpresa nel vederlo in questa nuova veste, pur riconoscendone i segnali premonitori: “Per me è stato una novità perché non ho mai immaginato che potesse diventare un allenatore. Ma quando era calciatore dava quella sensazione, era uno che studiava, è sempre stato così. Era uno che aveva la testa sempre a studiare le partite, chi giocava, chi doveva marcare.”

Infine, il racconto si sposta sulla leggendaria Nazionale brasiliana del 2006, un gruppo di fuoriclasse che, nonostante il fallimento di quell’anno, resta inarrivabile: “Ronaldo? È un fenomeno, c’è niente da dire. Ronaldo e Ronaldinho sono due giocatori… secondo me non ce ne sono più come loro due”. L’Imperatore descrive uno spogliatoio fatto di persone normali, dove la musica era alta e i campioni vivevano come “bambini”, pur con le dovute differenze caratteriali: “Kakà invece era più serio, più tranquillo”. Nonostante una formazione che vantava nomi come: Emerson, Ronaldinho, Julio Cesar, Kakà, Gilberto, Roberto Carlos, Cafu, Lucio e Dida, resta la consapevolezza che quel gruppo avesse un potenziale ancora maggiore: “Quella squadra lì poteva fare qualcosa di più. Sicuramente.”

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