La polizia giudiziaria può sequestrare pc e smartphone senza autorizzazione preventiva quando ricorre una situazione di urgenza concreta: un bookmaker campano perde il ricorso in Corta di Cassazione.
L’affermazione di un principio destinato a cambiare la giurisprudenza nazionale è partita da un controllo amministrativo dello scorso maggio 2025 in un centro scommesse a Napoli. Al centro un pc che si trovava nel locale e che, pur essendo ad uso esclusivo del titolare, è stato sequestrato e al suo interno sono state trovate prove di transazioni di scommesse illecite.
Il pc sequestrato e il principio affermato
Dopo il riesame perso al Tribunale di Napoli il caso è arrivato alla Suprema Corte di Cassazione che, con sentenza n. 2218 depositata il 20 gennaio 2026, i giudici hanno chiarito un principio giuridico fondamentale: quando la polizia giudiziaria può operare senza una preventiva autorizzazione del giudice e quali garanzie devono comunque accompagnare questo tipo di accertamenti.
Secondo la Cassazione, l’accesso ai contenuti di un dispositivo elettronico senza autorizzazione preventiva resta possibile solo quando ricorre una situazione di urgenza concreta. L’urgenza deve essere legata a un pericolo attuale di alterazione, dispersione o perdita dei dati e non può essere affermata in modo generico. Serve una motivazione puntuale, ancorata alle circostanze del caso, che giustifichi l’intervento immediato. Accanto all’urgenza, la Corte individua un secondo elemento decisivo: la presenza di un controllo giurisdizionale effettivo e tempestivo.
Il giudice deve poter verificare in modo reale la legittimità dell’accesso, la sua necessità rispetto alle finalità investigative e la proporzione tra mezzo utilizzato e obiettivo perseguito. Questo controllo assume un ruolo centrale nel bilanciamento tra poteri investigativi e diritti della persona.
Controllo del giudice e conseguenze processuali
Un passaggio rilevante riguarda gli effetti processuali dell’assenza di autorizzazione preventiva. La Cassazione chiarisce che la mancanza di un provvedimento iniziale del giudice non comporta automaticamente l’inutilizzabilità della prova acquisita. L’atto risulta affetto da nullità, ma questa non può essere fatta valere quando il Tribunale del riesame si è già pronunciato sul sequestro, svolgendo un controllo sostanziale sull’operato della polizia giudiziaria. In questa prospettiva, il sindacato successivo del giudice viene ritenuto idoneo a soddisfare le esigenze di tutela richieste dal diritto europeo, purché non si riduca a una verifica formale.
L’attenzione si sposta quindi sulla qualità e sull’effettività del controllo, più che sul momento in cui esso interviene. La sentenza si inserisce in una linea di continuità con precedenti arresti giurisprudenziali e conferma un orientamento che guarda con cautela alle acquisizioni generalizzate di dati digitali. L’accesso ai dispositivi resta uno strumento circoscritto, che richiede motivazioni puntuali e verifiche rigorose.
Per chi opera nel digitale, dalla sicurezza informatica alla gestione dei dati, il messaggio è chiaro. L’urgenza investigativa mantiene confini definiti e il controllo del giudice diventa il perno attorno a cui ruota la legittimità delle attività di acquisizione. In un contesto in cui i dispositivi concentrano quantità sempre maggiori di informazioni sensibili, le regole procedurali continuano a rappresentare il principale argine contro interventi sproporzionati.
Il caso del betting
Nel corso del controllo amministrativo i Carabinieri e i funzionari dell’Amministrazione finanziaria hanno effettuato un accesso al computer (con credenziali salvate nel browser). Lì emergono numerosi collegamenti a piattaforme di scommesse estere e molte transazioni; vengono copiati file indicativi di raccolta illecita di scommesse. Sequestrati anche documenti manoscritti, due assegni, una Postepay, undici carte d’identità e 400 euro in contanti.
Il Tribunale di Napoli, in riesame, convalida il sequestro probatorio. Nebbia ricorre in Cassazione denunciando soprattutto l’illegittimità dell’accesso informatico senza preventiva autorizzazione del giudice e la mancata pronuncia sul dissequestro dei 400 euro. La Suprema Corte affermando questo principio importante, rigetta il ricorso e condanna il bookmaker alle spese processuali.





