Arbitrato Casinò Campione, giorni decisivi

Entro fine gennaio novità decisive sull’arbitrato avviato dal Casinò Campione d’Italia: il punto della situazione.

 

Tra pochi giorni scadrà il termine del 30 gennaio 2026 per il versamento, da parte del Casinò Campione d’Italia, di quanto non ancora corrisposto dalla stragrande maggioranza dei convenuti all’arbitrato promosso dalla Casa da gioco nei confronti di diciassette suoi ex amministratori dal 2011 al 2018 e con il qual si chiede un risarcimento di circa 80 milioni di euro.

Si tratta di 149.770,50 euro perché possa proseguire l’iter dell’arbitrato, proposto dal presidente Mario Venditti, prima della sua “uscita di scena”.

Numerosi sono stati gli appelli perchè si interrompa questo procedimento di arbitrato, da parte della politica campionese di minoranza, evitando così quello che a loro appare come un inutile spreco di denaro.

E quindi c’è grandissima attesa, come riferiscono alcuni convenuti, di una possibile “presa di posizione”, delle autorità competenti o della nuova presidenza del Casinò, su questo delicatissimo tema.

In un recente articolo si erano raccolti i numerosi fatti che sono stati portati in evidenza da degli stupiti convenuti per questa chiamata in causa.

In sostanza e in estrema sintesi il tema è questo: ci sarebbe stata mala gestio se tutti gli amministratori (le condotte contestate sono collegiali), consapevoli della mancanza di patrimonio netto, avessero proseguito l’attività senza richiedere l’intervento del socio nella ricapitalizzazione, socio al quale era già spettata la decisione finale di realizzare i conferimenti di usufrutto del palazzo e marchio, che erano nella sua disponibilità.

Con tutta evidenza il Casinò non è mai fallito e, se ha riaperto senza nessun nuovo conferimento, doveva avere necessariamente un patrimonio netto positivo anche precedentemente alla riapertura. E chi ha deciso che questa patrimonializzazione era positiva, sulla base di un piano sviluppato proprio dall’attuale team legale del Casinò? Il Tribunale di Como, approvando il piano in continuità.

E in più, la stessa società (mai fallita) ha già rimborsato, come recentemente dichiarato dai commissari, tutti i debiti privilegiati, e sta per pagare 12,5 milioni di euro di debiti chirografari. La prospettiva del pagamento integrale di tutti i debiti nell’arco di pochi anni è dunque concreta.

In una analisi a volo di uccello e macro del bilancio del Casinò, da parte di alcuni convenuti, si può notare che, rispetto agli anni di gestione per i quali ci sono le contestazioni, l’attuale fatturato di circa 60 milioni di euro ha subìto una flessione, rispetto al 2017, di circa 35 milioni di euro, e anche il costo del personale è stato ridotto, all’incirca, nella stessa misura di 35 milioni di euro. Con una forte contrazione degli stipendi, rispetto al 2017, ragione per cui si sta verificando un dibattito sindacale.

Ma allora se, a grandi numeri, il margine “fatturato meno costo del personale” è rimasto sostanzialmente invariato, cosa ha generato questa maggiore capacità dell’azienda di produrre oggi flussi che stanno consentendo un rapido rimborso del debito?

Il fenomeno che più salta agli occhi è la fortissima riduzione del quantum da riconoscere alla proprietà, che negli anni in contestazione è stato mediamente, esclusa l’Isi, di 25/30 milioni di euro, mentre oggi è di solo qualche milione di euro.

È mutato, quindi, il valore del quantum da riconoscere alla proprietà, un elemento palesemente variabile (dal 2015), esogeno, non legato direttamente alla gestione aziendale. In particolare per una società “in house” come è il Casinò, per stessa definizione della Corte dei Conti.

Come è stata possibile questa riduzione del quantum?

In primis per il minore fabbisogno finanziario del Comune dovuto al poderoso taglio dei costi e poi per il supporto finanziario che dal 2017 e per un trentennio lo Stato garantisce al Comune a causa del “crollo” del livello di cambio tra euro e franco e la conseguente minore capacità del Casinò di contribuire al budget comunale.

Infatti lo Stato ha promulgato una legge che dice che le ragioni delle difficoltà di Casinò’ e Comune sono principalmente imputabili al crollo del cambio euro/franco svizzero (quindi non ai convenuti) riconoscendo un contributo al Comune di 10 milioni di euro annui per i minori flussi generati dal Casinò, un importo che nei lavori preparatori era stato calcolato dagli uffici dalla Ragioneria dello Stato in 20 milioni di euro annui.

Ma su questo punto, cosi sottaciuto anche nel fascicolo relativo all’arbitrato, qualcosa va ricordato.

Il sindaco Roberto Canesi, nel corso del procedimento in Corte dei Conti, relativo al disequilibrio del Comune, ha affermato come il Comune di Campione sia uno dei più “protetti” in Italia per un trentennale contributo fino a 10 milioni di euro annui (per un totale quindi di 300 milioni di euro) voluto da un provvedimento legislativo del 2017 , che ha riconosciuto il terribile “tsunami” macroeconomico subito da Campione di Italia da fine 2007, prima della crisi economica , quando il cambio euro / franco svizzero era posizionato sul livello di 1,67 per poi arrivare al livello attuale inferiore alla parità, già raggiunto, in precedenza, ad inizio del 2015.

Lo Stato ha quindi riconosciuto un “danno” (da qui il contributo) a causa del deterioramento del rapporto di cambio euro/franco svizzero per Campione d’Italia stimabile fino a 10 milioni annui, con una dimensione fino a 300 milioni di euro dal 2017 al 2046.

Ma, analizzando ancor meglio il percorso legislativo della legge del 2017, si scopre come la Ragioneria di Stato, avesse valutato, appunto, in 20 milioni di euro il tetto del contributo annuo al Comune di Campione di Italia per i minori flussi prodotti dal Casinò a causa del cambio (in sostanza il “danno”), e quindi il provvedimento era arrivato in Aula parlamentare con questo dimensionamento.

Poi, a causa di una decisione politica a favore di altra area sfavorita (in Sardegna), si era giunti al valore di 10 milioni di euro, come “compromesso” rispetto all’analisi tecnica della Ragioneria dello Stato.

E pertanto, solo considerando l’intervento legislativo e il piano tecnico della Ragioneria dello Stato, è appunto facile desumere come per il “tema cambio”  il Casinò, rispetto alla situazione del 2009 (cambio 1,51), si è visto crescere i costi aziendali in franchi svizzeri nell’intorno dei 130/140 milioni di euro nel secondo decennio del secolo scorso.

Dunque, per una vicenda macroeconomica, scarsamente gestibile, per definizione, dagli amministratori (che operano a livello microeconomico).

Ma perchè il Governo e la Ragioneria dello Stato aveva effettuato una stima di 20 milioni di euro come extra costi annui per Campione d’Italia per il “tema cambio”? Il conto è presto fatto. Prendendo come riferimento il bilancio del Casinò del 2009  con un cambio medio di 1,51.

Nel 2013, il Casinò, dopo aver ridotto (nel 2012) il costo del personale, con una procedura di licenziamento collettivo, sfociata in un accordo sindacale di pari contenimento dei costi, con orario ridotto di lavoro, da 80 a 53 milioni di franchi, e con un cambio “precipitato” a 1,20, vedeva nella somma tra il contributo al Comune e il costo del personale un costo complessivo di circa 100 milioni di franchi.

Ma se con la situazione del 2009 (cambio a 1,51) questa cifra avrebbe avuto il valore di circa 66 milioni di euro, di fatto, con il cambio del momento (1,20), il valore è stato di 83 milioni di euro: 17 milioni di euro di maggiori costi annui per il Casinò analizzando solo 2 voci di costo (anche se le principali).

E poi la situazione diventa ancora più critica nel 2015 (cambio medio a 1,08). In questo caso la differenza rispetto alla situazione del 2009 è di circa 25 milioni di euro di aumentati costi in un solo anno!.

Ricordiamo comunque come il contributo andasse ad integrare i flussi generati dal Casinò: un Ebitda (margine lordo) del Casinò stesso che, anche nei momenti più difficili, è stato sempre, in positivo, nell’ordine di 20 milioni di euro.

Deve essere quindi rivista, secondo alcuni convenuti, la narrazione delle vicende per le quali si è giunti alla richiesta di un arbitrato,  elementi che non possono essere ignorati.

Come anche il fatto, menzionato nel citato precedente articolo, di quanto dichiarato, ancora, dal sindaco Canesi, solo pochi anni fa, sempre in sede di impugnazione della decisione relativamente al disequilibrio del Comune.

“Negli ultimi anni si sottolinea la capacità del Casinò a dimostrare una sostanziale tenuta, registrando ricavi di gioco stabilmente intorno o superiori a 90 milioni di euro.” Che equivale a dire che gli amministratori, nel periodo 2011/2017, hanno prodotto oltre 100 milioni di euro di fatturato aggiuntivo rispetto al mantenimento delle posizioni del 2011.

Ora è comprensibile lo stupore dei convenuti per questa azione di arbitrato. A cominciare dal fatto dirimente: il patrimonio netto era positivo per stessa ammissione di un piano aziendale (poi omologato dal Tribunale di Como).

E se proprio si vuole entrare su fatti relativi ai principali valori gestionali, la performance aziendale, tra il periodo antecedente al fallimento  (dichiarato inesistente) e quello attuale, è rimasta a grandi linee invariata, tenendo conto, appunto, del margine relativo ai principali valori aziendali:  “fatturato meno costo del personale”.

In più le ragioni della difficoltà del Casinò sono state individuate, addirittura, in una legge dello Stato,  nel crollo del cambio euro/chf e non nella mala gestio degli amministratori che, d’altro canto, hanno prodotto una crescita di fatturato di circa 100 milioni di euro, portando il Casinò alla leadership nazionale.

Per molta politica campionese, con queste premesse, l’arbitrato potrebbe rivelarsi un “boomerang” per la comunità del paese, facendo il paio con il “boomerang” per eccellenza nella storia di Campione, come definito dalla stessa stampa: l’infondata (come stabilito dalla Corte di Cassazione) denuncia di peculato di 10 anni fa, che si è rivelata il motore della richiesta di fallimento (dichiarato inesistente) che ha affossato il paese.