L’analista di gaming Mauro Natta elenca una serie di indicazioni, frutto di un’esperienza di decenni, per evitare ‘sorprese’ in tema di controlli nei casinò.
di Mauro Natta
Più ci penso, più è il tempo che dedico alla riconsiderazione della mia pluriennale convinzione e non sono tanto più numerose le conclusioni alle quali mi capita di giungere.
È vero o potrebbe esserlo seriamente. Non dovrebbero accadere, a mio parere, certe “sorprese” se ogni reparto funzionasse egregiamente al proprio interno sempre che non nasca il problema della mancanza di comunicazione con l’altro o gli altri e tra di loro.
Come dicevo nel mio precedente articolo “uno vede un giocatore che gioca e non sa quanto cambia, l’altro vede un giocatore cambiare ma non sa quanto gioca”. Ecco, che non conoscendo l’esito e la durata del gioco tanto c’è un altro che ne è a conoscenza, come si potrebbe creare un limite all’indispensabile comunicazione tra reparti istituiti ad un identico scopo.
Rimane, in ogni caso, un problema da risolvere e non lo si potrebbe negare allo stato delle cose che si conoscono, anche per tutta una possibile coda di conseguenze che, in una Regione come la Valle d’Aosta, potrebbe comportare nell’attività economica in generale.
Non si può negare che la località è nota per la casa da gioco e per tutte quelle manifestazioni di rilevanza internazionale che, nel corso degli anni, dallo sport al cinema, si sono susseguite.
Non mi pare di accennare a un avvenimento impossibile, forse non dovrei rispondere affermativamente in una situazione dove due o tre tavoli di chemin appaiono impossibili, ma, parlando per eccesso, mi pare che, con l’onere del solo 5 percento dovuto alla cagnotte, otto giocatori forse anche segnalati e sostituiti ogni tanto per non dare troppo nell’occhio, potrebbero riciclare il contante.
L’operazione comporta di un tempo abbastanza contenuto e il cambio dei contanti può avvenire tramite lo changeur o alla cassa di sala sempre nel rispetto del limite consentito.
Ritengo possibile ipotizzare, da parte di 16 finti giocatori, cambiare 160.000 euro in un tempo ragionevole per non dare nell’occhio.
Qualcuno vince e altri perdono ma, in definitiva, l’operazione ha fatto registrare un costo specifico di 8.000 euro. Non vado oltre per non essere tacciato di suggerire comportamenti che molti conoscono benissimo mentre, per lo scrivente, è un’eventualità e tale rimane più o meno remota; conoscere lo svolgimento del gioco in parola è sufficiente per immaginarlo.
Forse mi sto addentrando, quello delle congetture, in un mondo che potrebbe non avere alcuna attinenza con quanto accaduto. Il problema rimane incombente e coniugabile al futuro gestionale della casa da gioco di Saint Vincent nel caso la scelta cadesse sulla continuazione della attuale modalità.
Ad ogni modo lo scrivente, dopo aver lavorato per quaranta anni, sino al dicembre 2000 a datare dall’ottobre 1959, non può esimersi dal commentare l’accaduto nel modo che potrebbe non piacere ma è quello che pensa alla luce di qualche reminiscenza acquisita negli anni e nelle tante mansioni nelle quali è stato occupato.
Quanto precede non ha l’intento se non di stemperare un clima pesante, forse troppo, che indubbiamente impegna a non confondere il tema che si presenta da parte di tutti.
All’ultimo momento, anche se è molto tempo che sono distante dai tavoli di roulette, senza dubbio cinquanta anni almeno, mi chiedo come possa un cliente far finta di giocare, o gioca o non gioca, almeno così mi pare possibile esprimermi. Com’è possibile? Non mi riesce a immaginarlo, forse il motivo che ho espresso in precedenza.
Mi permetto ancora un suggerimento con tono sommesso perché chi scrive è solo un discreto esperto di case da gioco italiane; posso garantire che volendo si può trovare chi, con un’esperienza non tanto più lunga ma con una carriera più completa, in specie nel campo tecnico, può fornire le specifiche indicazioni che sembrano indispensabili.
Foto di Alexander Krivitskiy su Unsplash







