L’analista di gaming Mauro Natta sottolinea l’importanza di una gestione dei casinò che disponga di conoscenza specifiche: l’appartenenza politica non basta.
di Mauro Natta
Non è la prima volta che mi trovo impegnato ad esprimermi in questi termini: vorrei tanto non dover più leggere “in quota a ….”.
Purtroppo anche ultimamente mi sono visto a leggerlo per il solo e spero non unico ma il più rilevante motivo a supporto e poco certamente a conforto di scelte fatte dalla maggioranza politica in Valle d’Aosta nell’intento più o meno dichiarato di mettere al comando persone affidabili per loro anche se, per competenza, forse si fosse presentata una scelta ragionata su basi normali improntate alla soddisfazione economica dell’interesse generale.
Ma non desidero addentrarmi in attività affidate all’ente pubblico in quanto proprietario che lo affida in concessione, ultimamente tutti i quattro italiani, a società a capitale pubblico.
Sto introducendo l’argomento “casinò” che, a datare dal 1927 sino al 1946, ha visto quelli di Sanremo, Venezia, Campione d’Italia e Saint Vincent. Che, per non dimenticarlo, con sentenza della Corte Costituzionale mi pare del 1985, stanno aspettando una legislazione organica in grado di dotarli di un insieme di disposizioni attualmente ancora mancanti.
La vedo così, magari mi sbaglio ma l’esperienza e il fatto che molte case da gioco la utilizzino mi ha convinto dell’utilità e della fondatezza di una metodologia che nelle probabilità relative alla percentuale a favore del banco trova ogni motivazione a conforto.
Non sto avviandomi tranquillamente fuori tema, l’argomento non cambia e mi vede, non è un evento straordinario, a continuare in ordine alla casa da gioco trovata quale tramite per realizzare i progetti degli enti pubblici fornendo il necessario se non indispensabile supporto economico come si può leggere nei decreti legge istitutivi.
In buona sostanza le motivazioni che mi vedono parlare congiuntamente di qualcosa che pare, a prima vista, di natura diversa, sono invece identiche. È proprio così per chi scrive in quanto per entrambi i casi si parte da una stessa matrice: si tratta di entrate tributarie iscritte a detto titolo nei bilanci di Comuni e Regione.
Non penso che mi si possa contestare il fatto che la carenza di professionalità si trasforma, in ultima analisi, in una minore utilità per la proprietà che ha concesso la gestione. Tutte le quattro case da gioco italiane sono gestite da società a capitale pubblico. Manca, malgrado l’invito risalente al 1985 da parte della Corte Costituzionale, una legislazione organica.
Ai fini della presente questione non rileva l’ultima mia osservazione che, spesso e volentieri cito quale possibile promemoria; certamente non cambia la natura giuridica che le vigenti disposizioni di legge assegnano alle entrate che, dalla gestione, l’amministrazione dell’ente proprietario si attende sulla scorta del disciplinare volto a regolare i rapporti, economici e non, di cui al contratto di gestione.
Nel fondato convincimento di aver presentato, a mio parere, il rilevantissimo impegno del concedente volto a controllare le entrate sulle quali si effettuano i conteggi dai quali ricavare quanto di propria competenza, rimango in attesa di conoscere le regole e, se possibile, la relativa modalità operativa.
Per quanto a mia conoscenza non mi pare che gli incaricati alla gestione della casa da gioco, ciascuno per la parte che il Tribunale di Torino ha loro assegnato si riscontrino particolari esperienze e professionalità collegate e/o collegabili all’impresa in discorso, mi sia concesso il termine, poco diffusa nel Paese.
La molteplicità degli incarichi svolti in quaranta anni sia a livello amministrativo sia tecnico mi hanno permesso di rispondere alla domanda quale può rappresentare una rilevante preoccupazione per un gestore: la tranquillità che le entrate di gioco siano, quanto meno a periodi brevi, giustificate.
E al seguito mirato a conoscere quale metodologia applicare mi troverei a rispondere sulla scorta di alcuni dati ormai noti nell’ambiente e che rispondono ad elementi di statistica e matematica: dipendono dal vantaggio del banco. Per fare un esempio il vantaggio del banco è del 2,77 per cento nella roulette francese e del 5,44 in quella americana. Nella prima abbiamo 36 numeri ed uno zero; nella seconda 36 numeri, uno zero e un doppio zero.
Esistono altri parametri quali il rapporto tra mance ed introiti e tra contanti cambiati direttamente al tavolo dai giocatori e risultati.
Non c’è dubbio che ho rappresentato un punto di vista del tutto personale, potrei sbagliare, ma data l’esperienza fatta in un periodo d’oro non posso esimermi da quanto esposto.
Sicuramente le considerazioni che potrei aggiungere non sono poche ma, nell’intento di non intralciare scelte future, spero di essere stato, se non di aiuto, almeno di pungolo.
Foto di Anirban Sengupta su Unsplash







