L’analista di gaming Mauro Natta esamina la recente relazione dei commissari giudiziali del Casinò di Campione d’Italia.
di Mauro Natta
Certamente gli accadimenti di Sanremo ed ancor più di Saint Vincent hanno polarizzato la mia attenzione negli ultimi tempi, non vorrei che Campione d’Italia si sentisse trascurata, quindi colgo l’occasione fornitami dalla relazione semestrale sull’andamento del concordato per esprimere alcune personalissime considerazioni.
Riassumendo, nel 2022 il piano concordatario prevedeva di risanare l’azienda entro il 2027 tramite un piano industriale di un certo pregio che si proponeva di pagare i debiti a fronte di introiti netti di gioco nelle diverse annualità: 50 milioni per il 2023, 60 per il 2024, 69 per il 2025, 75 per il 2026 e 80 milioni per il 2027.
Con piacere leggo che secondo la valutazione dei commissari giudiziali la situazione debitoria potrebbe risolversi nel corso del presente esercizio, in largo anticipo rispetto alle tempistiche previste nel piano omologato.
In molti però hanno notato, compreso chi scrive, che questo importante obiettivo sarà probabilmente raggiunto malgrado gli incassi del 2025 siano stati pari a circa 59 milioni ovvero ben 10 milioni in meno di quanto previsto inizialmente.
Nell’approfondire la lettura si potrebbe intuire che tale miracolo è avvenuto “per effetto di una gestione maggiormente attenta”. Non mi sembra possibile che il piano iniziale sia stato impostato secondo parametri meno attenti; ma la mia proverbiale curiosità mi impone di valutare la questione anche da un altro punto di vista, forse meno scolastico.
Non vorrei che la priorità di soddisfare i creditori nei tempi stabiliti avesse indotto a comprimere i costi soprattutto considerando che tra i costi vengono generalmente compresi anche quei possibili investimenti mirati all’incremento del fatturato i quali, diversamente dai costi fissi, sono molto più semplici da ridurre, se non azzerare.
Non mi sorprende affatto che in una visione improntata su alcune procedure tipiche della “burocrazia” questo intervento possa rappresentare una delle strade possibili e forse più comode, tuttavia, con una visione più manageriale il percorso avrebbe potuto seguire altre logiche, quelle di mercato.
Non si potrebbe escludere a priori che se questi 10 milioni “risparmiati” fossero stati invece investiti, tutti o in parte, in interventi mirati ad aumentare l’attrattività della struttura (gare di chemin de fer, tornei, eventi e serate di gala), gli introiti di gioco avrebbero potuto effettivamente avvicinarsi a quelli previsti nel piano iniziale (69 milioni per il 2025).
Sinceramente penso che a nessuno possa sfuggire che, una volta pagati i debiti, risulti assai più conveniente possedere una azienda che fattura 80 milioni piuttosto che 65, non solamente per il suo futuro valore sul mercato ma anche e soprattutto per la possibilità di garantire livelli occupazionali decisamente superiori.
Riscontro inoltre che a differenza delle case da gioco di Sanremo e Saint Vincent quelle di Campione d’Italia e Venezia sono molto più “restie” nel divulgare i dati relativi agli incassi limitandosi a comunicare solamente quelli complessivi senza entrare nel dettaglio dei singoli giochi, se non in modo assolutamente vago.
Per gli analisti indipendenti del settore, di conseguenza, è sempre più complicato esprimere valutazioni sul trend del mercato nazionale che potrebbe, invece, risultare molto utile nell’impostare le diverse strategie di gestione anche per quanto attiene la prevenzione di potenziali rischi sempre più presenti nello svolgimento di tale attività.
Ci sarà sicuramente un motivo che mi sfugge alla base di questa scelta a meno che non si intenda scaramanticamente rispettare il vecchio detto che recita: “I panni sporchi si lavano in famiglia”.
Non avrei mai pensato di dover rimpiangere la talvolta criticata Federgioco, che almeno garantiva a tutti gli strumenti necessari al fine di valutare oggettivamente la reale qualità delle diverse gestioni senza dover rincorrere i rari proclami, spesso edulcorati, emanati di volta in volta da ciascuna di esse.
Trattandosi (per fortuna) di aziende partecipate, anche se a volte non pare, la trasparenza non dovrebbe essere considerata un optional da gestire esclusivamente a proprio uso e consumo, talvolta con un malcelato piglio autoreferenziale se non addirittura autocelebrativo, ma un dovere nei confronti della comunità.
Come sostengo da sempre, nel valutare correttamente le performance delle distinte gestioni, non è sufficiente considerare i risultati complessivi di ogni singola azienda ma ritengo necessario parametrarle a quelle che sono le variazioni delle quote di mercato di ogni singolo reparto rispetto al mercato nazionale di riferimento, anche allo scopo di tutelare l’occupazione.
Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash





