Direttore giochi nei casinò, questo sconosciuto!

L’analista di gaming Mauro Natta esamina nel dettaglio la figura professionale del direttore giochi nei casinò.

 

di Mauro Natta

Nell’ultimo periodo mi sono ritrovato a leggere un certo numero di articoli di stampa, vecchi e nuovi, e mi sono reso conto che sovente il “direttore giochi” viene comunemente dipinto in un modo molto approssimativo e superficiale, quasi se tale figura dovesse risultare “idonea” solo ed esclusivamente perché in grado di superare un test generico a risposta multipla, come per il conseguimento della patente di guida; per fortuna però in quest’ultimo caso, nell’interesse comune, viene richiesta anche una prova pratica.

Vero è che nel recente passato il termine è stato talvolta utilizzato in modo improprio, magari per far fronte a legittime esigenze interne più politiche che tecniche, tuttavia non dovrebbero sfuggire, al di là del monotono elenco dei requisiti necessari e puntualmente elencati quasi in automatico negli ultimi bandi, quelli che sono i tempi necessari affinché un tecnico di gioco possa effettivamente maturare le “specifiche tecniche” richieste e, soprattutto, quali e quante sono le aziende in cui è possibile portare a termine questo particolare percorso.

Nell’approfondire il ragionamento sembra potersi escludere tutta la galassia di piccoli casinò/club che operano a bordo delle navi o nei resort di lusso sparsi in tutta Europa o ad essa limitrofi; i motivi sono ovvi e già riscontrati nei fatti, ma sembra opportuno, invece, concentrarsi su aziende ben più strutturate, diciamo con fatturato superiore a 50.000.000 di euro, tanto per capirci.

Già la platea si restringe infatti, nel caso specifico, le aziende europee che sono in grado di “certificare” un direttore giochi (nel senso tradizionale del termine) non sono più di 6 o 7, la metà se si pretende la specializzazione anche nei cosiddetti “giochi francesi” (Chemin de Fer, Roulette Francese e Trente et Quarante).

Poiché in generale riscontro una certa difficoltà nel comprendere il complicato percorso professionale che si rende necessario per l’acquisizione della qualifica in parola mi permetto di semplificare il tutto utilizzando uno schema di riferimento di massima che, seppur realizzato in forma molto artigianale, potrebbe fare un po’ di chiarezza:

dove appare comunque evidente che si tratta di un investimento aziendale non indifferente.
Tutto questo per arrivare a dire, ancora, che un bando pubblico non è la strada migliore al fine di reperire una figura adatta al ruolo, infatti ciò si registra solamente a Sanremo.

Solo i meno esperti nel settore potrebbero citare il bando pubblico emanato dal Casinò di Campione d’Italia nel 2021, poiché in tale occasione, dopo il licenziamento di tutti i dipendenti a seguito della chiusura forzata, non vi erano altre strade percorribili, se non quella, per consentirne la riapertura e dove comunque, guarda caso, il vincitore è risultato essere proprio un ex-dipendente.

Fosse solo per una questione di stile, personalmente avrei inoltre utilizzato altri termini per descrivere il fallimento del bando: una cosa è affermare che nessuno dei candidati ha dimostrato di possedere l’insieme dei requisiti richiesti mentre ben diverso è sancire che tutti i candidati “non sono idonei” alla copertura della posizione di direttore giochi (a Sanremo).

Chi aveva l’ambizione, a torto o a ragione, di poter concorrere per tale posizione non solo non ha raggiunto l’obiettivo ma addirittura si è portato a casa un bel “certificato di non idoneità”, rilasciato con una certa qual presunzione da una commissione non proprio titolatissima in ambito operativo, che potrebbe compromettere in modo piuttosto rilevante la carriera di ognuno.
C’è solo da sperare che i nominativi dei partecipanti non diventino di pubblico dominio, ma come si sa in questo ambiente le voci corrono veloci.

Il ragionamento che precede porta all’inevitabile conclusione che una casa da gioco “di livello” presta la massima attenzione e investe molto nella formazione di coloro i quali potrebbero diventare, un giorno, dei possibili candidati alla prestigiosa posizione di direttore giochi e una volta individuati non se li lascia di certo sfuggire, mettendo in essere delle condizioni, anche economiche, che garantiscano una certa fedeltà all’azienda fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia o in caso di uscita anticipata ben si premurano di far sottoscrivere all’interessato un sostanzioso “patto di non concorrenza” valido sulla maggior parte del territorio europeo, in aggiunta ad un “patto di riservatezza” a vita.

A pensarci bene sarebbe fin troppo comodo, nel gestire un casinò, evitare la nomina di un direttore generale (Ad-Au) a tempo pieno, utilizzare personale interinale per aprire i tavoli (quando serve) e ricorrere ad un bando pubblico per reperire un direttore giochi (magari spendendo anche poco), lasciando ad altri volenterosi tutti i fastidi e le incombenze di cui sopra.
Gli incassi per Sanremo andranno anche bene ma il casinò non sembra di certo svettare rispetto alla concorrenza, diversamente da un passato più o meno remoto.

In verità anche a Saint Vincent, come si evince dall’organigramma aziendale, si è scelto di sostituire la figura del direttore giochi con quella, diciamo più generica, di “responsabile operazioni sale da gioco”, tuttavia le cose sembrano aver preso una brutta piega, ma forse è solo un caso.
A ben guardare l’unica azienda nazionale che pare aver garantito nel modo corretto e nel rispetto dei tempi tecnici di apprendimento una certa credibile progressione di carriera per i propri tecnici di gioco migliori, fino a prova contraria, potrebbe essere quella di Venezia che, forse questa volta non per caso, risulta di gran lunga la più performante nel panorama nazionale.
Queste poche considerazioni probabilmente risulteranno ovvie e financo noiose per la componente tecnica specializzata, tuttavia mi auguro che rappresentino un’occasione di sana riflessione per tutti gli altri.

 

Foto di Brad Helmink su Unsplash