L’analista di gaming Mauro Natta sottolinea l’importanza di una conoscenza specifica delle dinamiche dei casinò al momento di affrontare il tema del riciclaggio di denaro.
di Mauro Natta
C’è da rimanere sempre più impressionati nell’apprendere il volume di ore dedicate alla formazione del personale in materia di antiriciclaggio e nel constatare che effettivamente tutte le aziende del settore pongono la massima attenzione al problema, addirittura organizzando meeting in cui tutti gli amministratori delle case da gioco italiane, assieme ai loro consulenti, possono confrontarsi mettendo a disposizione le proprie competenze personali al fine di impedire che nei casinò si possa riciclare.
Mi corre l’obbligo di ricordare che si miei tempi non veniva dedicato neanche un minuto a questa nobile iniziativa, tuttavia se nella sala da gioco succedeva qualcosa di “strano” tutti, o quasi, se ne rendevano conto.
Purtroppo mi trovo a ribadire, per l’ennesima volta, che stiamo osservando aziende atipiche all’interno delle quali avvengono operazioni che non rientrano nelle dinamiche standard di tutti gli altri settori.
La confusione, a mio parere, viene alimentata dal fatto che quando si riuniscono gli amministratori e i loro consulenti, tutti immagino di provenienza amministrativa, ognuno trova conforto nelle parole dell’altro e, in definitiva, ne risulta una visione certamente condivisa ma assolutamente distante da quelle che sono le articolazioni proprie del gioco d’azzardo.
Mi pare che detta convinzione pare sia trasmessa anche alle proprietà e di conseguenza alla politica in generale.
Chiunque potrebbe verificare se ai dibattiti sulla materia in discorso non contribuisce nessun professionista proveniente dal ruolo tecnico di gioco e ciò senza che nessuno si ponga delle domande opportune.
I motivi per i quali nessun professionista del settore si prende la responsabilità di confermare l’idea che gli amministratori e la politica si sono fatti delle case da gioco sono abbastanza semplici e vanno ricercati nel fatto che le osservazioni da mettere in campo risulterebbero talmente incomprensibili in ambito amministrativo da venire considerati quasi come atti ostili nei confronti dei vertici aziendali e soprattutto della parte politica, finendo forse per compromettere le aspettative di carriera di ognuno.
I più maliziosi potrebbero pensare che per quanti hanno incarichi operativi risulterebbe assai comodo dover rispondere del proprio operato e delle proprie scelte tecniche ad una classe dirigente che dimostra una certa “ingenuità” nell’approcciarsi al gioco d’azzardo.
Ciò non necessariamente per commettere gli illeciti ma anche e soprattutto per dare una immagine di sé, o dei propri colleghi più simpatici, che risulti gradita all’azienda nel momento in cui si andranno ad individuare i dipendenti da promuovere a mansioni superiori.
Un altro vantaggio nell’operare in un ambiente poco consapevole è sicuramente quello per cui eventuali errori, nella gestione tecnica dei reparti di gioco e di cassa, molto difficilmente vengono rilevati ai piani alti favorendo carriere che a volte non trovano riscontro nelle effettive professionalità nel servizio.
Ritengo di poter affermare per esperienza che qualora un tecnico di gioco dovesse assecondare o giustificare alcuni concetti espressi dai vertici aziendali, soprattutto in tema di riciclaggio, sarebbe oggetto di ironia da parte dei colleghi.
Per chiudere con un paradosso mi sentirei di affermare che invece di costringere il personale a subire degli interminabili corsi in materia di riciclaggio sarebbe molto più funzionale all’azienda far indossare lo smoking ai propri amministratori e prevedere un certo numero di ore di permanenza nei paraggi dei tavoli da gioco, dell’ufficio cambi e delle casse di sala.
Giusto per capire di cosa stiamo parlando.
Considerato che ogni tavolo è sottoposto al controllo di pochissime persone, sicuramente meno di quelle che controllano il comparto cassa, non si potrebbe escludere a priori che l’incapacità di leggere i flussi di cassa possa rappresentare un enorme problema nella individuazione di quelli che dovrebbero essere i risultati attesi dalla gestione (introiti di gioco).
Aggiungo che nel corso degli anni ho letto di molti amministratori che sono stati dipinti come esperti del settore, mai mi è capitato di leggere che un esperto del settore sia diventato amministratore, e questo non è un paradosso.
Tale inconveniente, come già suggerito più volte, si potrebbe risolvere con l’adozione di un modello gestionale meno verticistico dove il ruolo di gioco e il ruolo amministrativo risultino assolutamente bilanciati nel momento in cui si debbano prendere dei provvedimenti mirati al contrasto di potenziali operazioni speculative.
Foto di Ben Lambert su Unsplash





