La Corte Ue impone motivazioni puntuali sul mancato rinvio: possibili effetti anche sul contenzioso giochi e scommesse.
La Corte di giustizia dell’Unione europea torna a mettere un punto fermo nel rapporto tra giudici nazionali e diritto dell’Unione, con una decisione che avrà effetti concreti ben oltre il caso specifico. Con la sentenza C-767/23 Remling, i giudici di Lussemburgo chiariscono che le corti di ultima istanza non possono evitare il rinvio pregiudiziale senza spiegare davvero il perché.
Non si tratta di un passaggio formale. Anche quando una questione sembra già chiarita o priva di dubbi, il giudice deve comunque mettere nero su bianco le ragioni della scelta di non rivolgersi alla Corte. E questo vale anche nei sistemi in cui sono previste decisioni con motivazioni sintetiche.
Il caso nasce nei Paesi Bassi, dove il Consiglio di Stato aveva deciso un ricorso in materia di immigrazione con una motivazione essenziale, ritenendo non necessario il rinvio. Proprio questa prassi è finita sotto la lente della Corte europea, chiamata a valutare se fosse compatibile con gli obblighi previsti dal diritto dell’Unione.
Non basta dire che il diritto europeo è già stato interpretato o che la soluzione è evidente. Serve una motivazione concreta, collegata al caso specifico, che spieghi perché si rientra in una delle eccezioni all’obbligo di rinvio. In altre parole, niente più formule generiche o automatismi.
Il rinvio pregiudiziale resta infatti uno degli strumenti chiave per garantire che il diritto dell’Unione venga applicato in modo uniforme in tutti gli Stati membri. Per questo motivo, i giudici di ultima istanza sono tenuti a ricorrervi, salvo casi ben precisi. Ma anche quando si decide di non farlo, quella scelta deve essere trasparente e comprensibile.
In questo quadro, non mancano le ricadute su settori particolarmente esposti al diritto europeo, come quello dei giochi e delle scommesse. Si tratta infatti di un ambito in cui il contenzioso è spesso legato alla compatibilità delle norme nazionali con i principi dell’Unione, e in cui le parti chiedono di frequente il rinvio alla Corte ai sensi dell’articolo 267 Tfue. Dopo la sentenza Remling, una decisione che escluda il rinvio dovrà essere motivata in modo ancora più rigoroso: in caso contrario, potrà essere contestata, con possibili effetti su cause relative a concessioni, autorizzazioni e restrizioni al mercato del gioco.
La decisione rafforza così una linea già tracciata negli ultimi anni: il dialogo tra giudici nazionali e Corte di giustizia non può essere aggirato con motivazioni di rito. Serve un passaggio consapevole, argomentato, verificabile.
Le conseguenze pratiche non sono secondarie. Una motivazione carente potrà diventare terreno di contestazione nei procedimenti nazionali e incidere anche su settori particolarmente esposti al diritto europeo. Tra questi, quello dei giochi e delle concessioni, dove il confronto tra norme interne e principi Ue è spesso al centro del contenzioso.





