Casinò e Comune Campione, dieci anni di storia in una vicenda infinita

Il punto sulla situazione del Casinò e il Comune di Campione d’Italia, alla luce del decimo compleanno di un punto di svolta in una vicenda addirittura più annosa.

 

Nella tormentata e ormai infinita vicenda che ha per protagonisti il Comune e il Casinò di Campione d’Italia, le recenti notizie che riguardano l’ex sindaco Maria Paola Piccaluga sono ora a suo favore, con una vittoria in Tribunale in una causa per minacce e ingiurie, ingiustamente subite.

Ma forse, con il tempo, si capiranno meglio le dinamiche delle vicende campionesi dell’ultimo decennio. E certamente anche la discussione politica, tecnica, giudiziaria e le difese dei convenuti legate all’arbitrato, ora sospeso (fatto impensabile solo qualche mese fa!), seguite da Ige, hanno contribuito ad una migliore comprensione di tutti questi accadimenti così complessi.

Un punto fermo e condiviso, in questa complessa vicenda, è dato dalla ragione scatenante il tornado che ha devastato Campione d’Italia: la denuncia per peculato del marzo 2016 (ormai, siamo al decennale) contro l’amministratore delegato del tempo da parte di due consiglieri comunali di minoranza. Questa denuncia, poi considerata totalmente infondata dalla Corte di Cassazione, ha attivato un’indagine che ha portato alla richiesta di fallimento, revocato successivamente dai giudici e reso “inesistente” per una solidissima ragione: non era stata data la possibilità al Casinò di difendersi adeguatamente.

La situazione gestionale positiva del Casinò è oggi conosciuta e comunicata, ma è anche la prova plastica che esso non si trovava in una crisi strutturale insuperabile. Di certo, esso necessitava palesemente di un solo intervento principale e non gestionale: l’adeguamento, a livelli sostenibili, del “quantum” da riconoscere al Comune, dato che la propria gestione esprimeva una reddittività lorda (Ebitda) largamente positiva.

A detta dei commissari giudiziali, infatti, la prospettiva oggi è quella del successo del piano in continuità entro l’anno, con il rimborso di tutti i creditori privilegiati e dei creditori non privilegiati nella misura condivisa, rinegoziando il proprio credito.

Diversa la posizione del Comune, che è stato considerato dal Tribunale non un “creditore” ma un “investitore”, nel senso che non ha preteso il pagamento integrale di quanto previsto dalla legge a proprio favore (che però aveva raggiunto la dimensione di ben 66 milioni di franchi all’anno, oggi oltre 70 milioni di euro), attraverso la non messa in mora del casinò.

Ma per comprendere meglio questa scelta del Comune, va sottolineato che il credito complessivo del Comune verso il Casinò (anche se ridotto), solo nel triennio 2013/2015, è stato di quasi 90 milioni di euro, un importo oggettivamente molto alto e peraltro in crescita continua ogni anno.

Ricordiamolo ancora, la legge prevedeva un contributo di 66 milioni di franchi all’anno, al cambio attuale oltre 70 milioni di euro (oggi di gran lunga maggiore del fatturato aziendale). Per questo motivo, secondo la prospettiva di Ige, il Comune si era attivato per una sua riduzione.

In effetti, quella prevista sarebbe stata una somma insostenibile per qualsiasi casinò non solo nazionale, ma anche europeo, tanto più tenendo conto della dimensione del Comune di Campione d’Italia.

È come se il casinò avesse dovuto generare, sine die, un flusso di 35.000 euro all’anno per ognuno dei 2.000 cittadini campionesi, quando lo standard nazionale è di circa 800 euro/anno per cittadino.

Il piano in continuità, all’opposto, prevede oggi il pagamento di 7/8 milioni di euro in 5 anni al Comune, essendo stati riportati i costi del Comune vicini al livello standard.

In una interpretazione temporalmente dinamica si può affermare che  quando è stato chiesto il fallimento nel 2018, il Casinò aveva, invece, la maggiore prospettiva, relativa a quel periodo, di miglioramento, per 2 fondamentali ragioni: il “quantum” da riconoscere al Comune era diventato, tramite una nuova legge ordinaria, finalmente pattizio e adeguabile all’andamento aziendale (come dice l’attestatore del piano in continuità D’Amora). Allineato, quindi, al regime di tutti gli altri casinò nazionali.  Fuori da ogni discussione strumentale, la legge si è concretizzata grazie al lavoro nel 2012 dalla amministrazione Piccaluga. La stessa legge ha poi trovata concreta implementazione con il lancio della nuova società ad inizio 2015.

Sempre l’amministrazione Piccaluga aveva ottenuto, poi, una legge strutturale per compensare il “danno” derivante dal crollo del cambio euro/francosvizzero per un totale di 300 milioni di euro in 30 anni, pilastro economico insostituibile ancora oggi del bilancio comunale, e probabilmente per i prossimi 20 anni.

Certo con il senno di poi, come dice l’attestatore del piano in continuità, si sarebbe dovuto ricorrere al piano di ristrutturazione del debito (diverso dal piano in continuità e di più facile e molto meno costosa realizzazione) già nel 2018, anche perché l’unico “creditore” in rappresentanza del Comune (Osl) che negò l’assenso al piano, è oggi configurabile come “investitore”: non avrebbe potuto, seguendo questa logica giuridica, sedersi al tavolo del piano di ristrutturazione dove sono presenti i soli creditori. Il Comune non era, sempre seguendo questa logica, il primo creditore del Casinò.

Il piano di ristrutturazione del debito sarebbe così stato approvato con il consenso, praticamente, di circa il 100 percento dei creditori, oltre la soglia richiesta del 60 percento.

L’interpretazione dinamica della situazione suggerisce, quindi, che era probabilmente possibile evitare il fallimento del Casinò. Come?

Sarebbe stato sufficiente confermare la performance aziendale del Casinò del tempo (sino al 2018), tenendo conto anche dell’azione di riduzione costo personale proprio del 2018 (in vista della finalizzazione del piano di ristrutturazione del debito), che ha seguito quella del 2012.

Infatti l’azienda aveva un Ebitda al lordo dell’imposta sugli intrattenimemti e contributo al Comune di circa 20 milioni di euro in valore assoluto, pari, all’incirca, alla media di quello conseguito negli ultimi anni dalla gestione attuale. E stava ottenendo performance di mercato positive portando, dal 2011, 100 milioni di fatturato aggiuntivo rispetto ad una politica conservativa di mantenimento.

Inoltre confermava da anni, in un quadro di settore che registrava flessioni anche del 50 percento negli altri casinò,  un fatturato di gioco stabile,  pari o superiore ai 90 milioni di euro.

A tali valori andava poi aggiunto il contributo statale (basato su legge ordinaria) fino a 10 milioni di euro a favore del Comune, generato dalla “crisi del cambio” che aveva colpito principalmente, sotto il profilo dimensionale, il Casinò.

In realtà, nella vicenda, il problema principale e decisivo è stato la dimensione del “quantum” (70 milioni di euro all’anno a valori odierni, stabiliti da una legge ) come, di gran lunga, primo fattore: in conclusione, con i valori attuali del contributo, frutto della politica di riduzione dei costi del comune, non si sarebbe generato un euro di debito.

Si doveva probabilmente seguire, già nel 2018, i principi del nuovo codice della crisi di impresa, che pone la risanabilità come priorità: la liquidazione giudiziale (il vecchio fallimento, la chiusura dell’attività) diventa l’extrema ratio. Il sistema privilegia sempre le soluzioni che, pur sacrificando parte dei crediti, permettono all’impresa di restare sul mercato, se ritenuta ancora vitale. Come lo era il Casinò di Campione d’Italia.

Alla luce di queste premesse, può forse apparire comprensibile la decisione di sospendere l’arbitrato, anche considerando che si è ancora in attesa che il Tribunale di Como sciolga la riserva rispetto ad una decisione che potrebbe interessare anche questo tema.

Se i bilanci sono corretti, come da sentenza che ha omologato il piano in continuità, e come hanno a gran voce eccepito i consiglieri comunali di minoranza, quali sono le responsabilità di amministratori se la società mai fallita ha già rimborsato gran parte dei debiti concordatari? E, in una prospettiva politica e in una logica di narrazione diversa da quella che si è avuta per anni, come valutare il fatto che oggi il bilancio del Comune (e presumibilmente per i prossimi 20 anni) si poggia sulla legge voluta proprio dall’amministrazione Piccaluga?