Una nuova class action negli Stati Uniti accusa Valve Corporation di aver creato un sistema di gioco illegale attraverso le loot box presenti nei suoi videogiochi. La causa è stata presentata dallo studio legale Hagens Berman Sobol Shapiro, che rappresenta alcuni consumatori e sostiene che il modello economico delle casse virtuali soddisfi tutti gli elementi del gioco d’azzardo secondo la normativa americana.
Nel comunicato ufficiale dello studio legale si afferma che il sistema di loot box sarebbe stato progettato come un “modello di ricavi deliberatamente costruito”, in cui i giocatori pagano per aprire casse virtuali con un risultato casuale. Gli oggetti ottenuti, spesso cosmetici o skin, possono poi essere scambiati o venduti tramite il mercato interno della piattaforma Steam.
Secondo i legali, questo meccanismo trasformerebbe le loot box in un’attività assimilabile al gioco patologico: i giocatori pagano denaro reale per un esito basato sulla fortuna e gli oggetti ottenuti avrebbero un valore economico sul mercato digitale. Valve, sempre secondo l’accusa, trarrebbe profitto non solo dalla vendita delle chiavi necessarie per aprire le casse, ma anche trattenendo una commissione sulle transazioni effettuate tra utenti.
La causa riguarda diversi titoli sviluppati o gestiti da Valve, tra cui Counter-Strike 2, Dota 2 e Team Fortress 2, tutti caratterizzati dalla presenza di sistemi di loot box e oggetti cosmetici scambiabili.
La class action sostiene inoltre che il sistema favorisca un vero e proprio mercato secondario delle skin, dove alcuni oggetti rari possono raggiungere valori elevati. Questo aspetto, secondo i promotori della causa, rafforzerebbe la natura “speculativa” del sistema.
Valve non ha ancora rilasciato commenti ufficiali sulla nuova azione legale. Il caso si inserisce in un dibattito ormai globale sulla natura delle loot box nei videogiochi, con diversi paesi che stanno valutando se debbano essere regolamentate come forme di gioco.
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