Casinò e formazione, quattro visioni per quattro strutture

L’analista di gaming Mauro Natta esamina il tema delle diverse politiche che i quattro casinò adottano in materia di formazione.

 

di Mauro Natta

Il vantaggio di essere in pensione è quello di avere molto tempo a disposizione per leggere le notizie che interessano, nel mio caso quelle relative alla gestione del gioco d’azzardo non senza rammentare il mio passato come dirigente sindacale.
Non è la prima volta che riaffronto le problematiche del lavoro e penso che non sarà neppure l’ultima in quanto ne ritengo innegabile il relativo grande interesse.
Tra le tante analizzo oggi quelle che riguardano la formazione degli impiegati tecnici di gioco dove è curioso notare i diversi approcci che le quattro case da gioco italiane utilizzano per formare il proprio personale (croupier).

La presente mia riflessione prende in considerazione due casi specifici con il fine di stigmatizzare l’assoluta confusione che, a mio vedere, ruota nel settore dei casinò.
Da una parte troviamo infatti un’azienda che utilizza una “Accademy” e quindi un’istituzione che offre istruzione specializzata e avanzata nel settore gioco alla quale possono iscriversi gli aspiranti croupier a fronte del pagamento di una cifra che si aggira, se la memoria non mi fa danno, intorno ai 2.000 euro pro capite, dall’altra un’azienda che, in collaborazione con una generica agenzia del lavoro, propone i medesimi corsi di formazione che prevedono però, per i partecipanti, il riconoscimento di una indennità oraria pari a 4,50 euro (lordi) per tutta la durata del corso, a spanne 1.000 euro pro capite.

Premesso che “de gustibus non est disputandum” appare quantomeno strano che due aziende assolutamente identiche utilizzino due metodi contrapposti per formare il personale, la prima si fa pagare mentre la seconda paga.

Balza agli occhi che la prima, quella che si fa pagare, pare essere più “furbetta” della seconda, quella che invece paga, ma nell’approfondire la questione si possono valutare altri aspetti non meno rilevanti.

E qui viene a galla il sindacalista. Innanzi tutto non sono noti i criteri secondo i quali, tra numerosi candidati (si spera), verranno selezionati i 30 aspiranti croupier ammessi ai corsi, in secondo luogo, pur essendo abbastanza chiari i requisiti necessari, apparentemente non si riscontra alcun cenno in ordine a quelle che potrebbero essere eventuali cause ostative, con specifico riferimento a possibili vincoli naturali come, ad esempio, i legami di parentela.

Per quanto mi rammento nei casinò è sempre stato posto un limite al grado di parentela tra il personale assunto e quello da assumere al fine di evitare qualsiasi genere di fraintendimento nella valutazione dei diversi inconvenienti che possono capitare nello svolgimento delle più comuni attività connesse al gioco d’azzardo (illeciti al tavolo).

Per rimanere in tema, a mio avviso, sarebbe opportuno riflettere anche sui potenziali rischi che una società si assume nel momento in cui si affida a specifici contratti di lavoro che, riassumendo, sono così contraddistinti:

1) Assunzione diretta
Soggetti: Azienda (datore di lavoro) e lavoratore.
Rapporto: diretto e unico contratto.
Gestione:l’Azienda assume, paga e gestisce tutto il personale dipendente.

2) Somministrazione di lavoro
Soggetti: Agenzia per il lavoro (somministratore), Azienda utilizzatrice e lavoratore.
Rapporto: due contratti, uno commerciale tra agenzia e utilizzatore e uno di lavoro tra agenzia e lavoratore.
Gestione: l’agenzia è il datore di lavoro formale (stipendio, burocrazia) mentre l’azienda utilizzatrice dirige e coordina le mansioni quotidiane.
Obiettivo: coprire esigenze temporanee o specifiche dell’azienda utilizzatrice.

In buona sostanza pare che il ricorso a contratti di somministrazione sia giustificato dall’esigenza di avere a disposizione del personale quando serve, evitando così di dover sobbarcarsi i costi relativi al personale in attesa, cioè quello che nelle giornate di minore afflusso, pur essendo a disposizione, non viene impiegato ai tavoli.

Il motivo per cui la maggior parte delle aziende italiane evita di ricorrere a questo comodissimo stratagemma per ridurre i costi del personale è molto semplice: ci potrebbero essere degli effetti collaterali spiacevoli.

È risaputo, o almeno un tempo lo era, che il rischio di trovarsi in azienda degli impiegati infedeli può avere degli effetti rilevanti in termini di incassi.

L’opinione comune era quella di considerare che un croupier a chiamata, quello che non conosce quando e per quanto tempo sarà chiamato a lavorare (e quindi percepire uno stipendio) è probabilmente meno affidabile di quello assunto con regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Evito volentieri di entrare in particolari del come e del perché, tuttavia non vorrei mai trovarmi nei panni di quell’amministratore che crede di aver fatto tutto a puntino e invece si sveglia un bel giorno con un gran disastro in azienda, come pare sia successo non solo nel passato ma anche di recente.

La parte “meno sana” dell’azienda potrebbe trarre un grandissimo vantaggio nell’essere gestita da una amministrazione, diciamocelo, poco strutturata.

L’esperienza nasce dagli errori e serve a non ripeterli (Oscar Wilde).