C’era una volta il Cantastampa: quando la musica la facevano i giornalisti

Michele Bovi racconta il suo ultimo libro sul Cantastampa, una sorta di festival con i più celebrati compositori e tutte le popstar del momento. Protagonista anche il casinò di Taormina, nell’intervista a cura di Sara Michelucci.

Meglio Mogol o Sandro Ciotti? Franco Migliacci o Gianni Minà? Sergio Bardotti o Maurizio Costanzo? Giorgio Calabrese o Emilio Fede? C’è stata un’epoca in cui i giornalisti tentarono di sostituire i parolieri nella confezione dei brani mirati a scalare l’hit parade dei dischi più venduti. Firme destinate a diventare molto popolari, da Vincenzo Buonassisi a Italo Cucci, da Kris Mancuso a Antonio Lubrano, da Giuseppe “Joe” Marrazzo a Franco Moccagatta, ma anche redattori già celebri in veste di scrittori come Giuseppe Marotta e Diego Calcagno, formarono uno squadrone di reporter con l’obiettivo di spodestare i professionisti del verso cantato. Aiutati da compositori come Giovanni D’Anzi, Ennio Morricone, Luis Bacalov, Renato Rascel, Stelvio Cipriani, Pino Donaggio e dalle voci di Gianni Morandi, Giorgio Gaber, Sergio Endrigo, Mia Martini, Gino Paoli, Iva Zanicchi, Edoardo Vianello, Riccardo Cocciante, solo per citare qualche nome: in realtà c’erano proprio tutte le popstar degli anni d’oro della canzone a sperimentare la nuova formula che prometteva di mettere alle corde la potente lobby dei parolieri. E c’era la televisione, con la prima e la seconda rete, con i presentatori Corrado, Enrico Simonetti, Isabella Biagini, con ospiti internazionali di rango come Françoise Hardy e Shirley Bassey. Un esperimento lanciato dal giornalista Sandro delli Ponti e dal manager Gianni Ravera con il nome di Cantastampa: cinque leggendarie edizioni dal 1963 al 1972. Leggendarie perché – inconcepibilmente – non esiste più documento di quella manifestazione: la Rai ha smarrito i filmati delle serate, le case discografiche non hanno pubblicato le canzoni (tranne qualche eccezione come “Che mondo strano” discreto successo del gruppo inglese The Rokes) e alla Società italiana degli autori ed editori quasi tutti i depositi risultano contraffatti. A raccontare la storia di quel ‘festival fantasma’ è il libro “C’era una volta il Cantastampa: quando i giornalisti spodestarono i parolieri” (Coniglio editore con il progetto grafico di Ines Paolucci) confezionato dal giornalista Michele Bovi e dallo scrittore e paroliere Pasquale Panella che hanno ritrovato i materiali esclusivi di quelle cinque edizioni.

Come nasce l’idea di scrivere un libro sul Cantastampa?

Nasce dalla scoperta dei documenti di quella rassegna musicale – racconta Bovi – che discografici, editori e televisione italiana avevano messo sottochiave. L’Italia aveva una tradizione importante di giornalisti autori di testi di canzoni: ad esempio i versi dei brani più celebri del repertorio partenopeo, da ‘Santa Lucia’ a ‘O sole mio’, da ‘Reginella’ a ‘Era de maggio’, erano stati scritti da giornalisti. Poi dal 1958, con il boom della discografia prodotto dal successo di ‘Nel blu, dipinto di blu’, venne a crearsi una lobby di parolieri professionisti, con Franco Migliacci, Giorgio Calabrese, Mogol, Vito Pallavicini, strutturata e protetta da editori musicali e discografici. Nel 1963 i giornalisti tentarono di riconquistare le posizioni perdute attraverso il Cantastampa, una sorta di Festival con i più celebrati compositori e tutte le popstar del momento con i testi delle canzoni riservati alla penna di iscritti all’Ordine dei giornalisti. Ma editoria musicale, discografia, Rai e Siae hanno perduto – o fatto perdere in alcuni casi – ogni traccia di quei lavori. Era tutto custodito in una cassapanca nella casa di Ettore Zeppegno, leggendario dirigente della Rca Italiana. Il suocero di Zeppegno era Sandro delli Ponti, giornalista del Resto del Carlino organizzatore del Cantastampa assieme a Gianni Ravera, all’epoca patron del Festival di Sanremo.”

In che modo questo format ha inciso sull’intrattenimento musicale venuto successivamente?

Non ha inciso. La fabbrica della musica ha preferito proteggere il rapporto con i parolieri vincolati alle aziende discografiche ed editoriali tenendo a distanza i giornalisti, più difficili da controllare. In seguito al Cantastampa hanno scritto testi di canzoni di successo Maurizio Costanzo (per Mina, Ombretta Colli, Ricchi e Poveri, Alex Britti), Sandro Ciotti (per Enzo Jannacci), Enzo Biagi (per Mimo Cavallo), Italo Cucci (per Paolo Zavallone, Robertino, Raoul Casadei) ma si è trattato di casi sporadici e comunque condizionati da compromessi raggiunti con gli editori, come il libro denuncia.”

L’edizione del 1964 al Casinò di Taormina è stata forse la più spettacolare. Gaming e musica si fondono per un istante. Cosa ha significato una location del genere per questo evento?

Fu un evento straordinario. Mai nessun Festival di Sanremo è riuscito a radunare tante celebrità della canzone e del giornalismo. Domenico Guarnaschelli, il proprietario del Casinò Kursaal di Taormina, nel luglio del 1964 trasformò il Parco degli ulivi della Villa Mon Repos che ospitava la casa da gioco nel nucleo centrale dell’intrattenimento nazionale. Ovviamente la Rai trasmise quella spettacolare manifestazione sulla prima rete televisiva. Per Guarnaschelli e gli operatori turistici siciliani il Cantastampa fu una circostanza di particolare considerazione: il casinò dopo molti anni di tentativi inconcludenti era stato aperto al pubblico nel 1963 e quella rassegna che riuniva Grandi Firme e l’élite della musica italiana e internazionale proiettava su Taormina una luce prodigiosa. Sembrava l’esordio di una nuova era. Il sogno di Guarnaschelli durò altri sei mesi, quando il procuratore della repubblica di Messina ordinò la chiusura del Kursaal ‘per ragioni morali relative al gioco d’azzardo’. Di quell’esperienza non è rimasto nulla: assieme ai tavoli verdi sono scomparsi i filmati dalle teche Rai della serata di Taormina, scomparse le canzoni di Morandi, Dalla, Paoli, Endrigo, Meccia, Zanicchi e gli altri popolarissimi protagonisti del Cantastampa. Scomparsi addirittura i depositi alla Siae. Il libro svela retroscena e misteri. Io mi sono occupato della documentazione, Panella ha individuato la chiave di lettura guidato dalla propria esperienza personale e professionale di contatti con la discografia.”

 

La sua collaborazione con Panella ha dato alla luce diversi successi sia editoriali che televisivi. Possiamo aspettarci nuove iniziative?

Certo, se rintracciamo un’altra cassapanca come quella in cui erano custoditi i segreti del Cantastampa. Panella e io lavoriamo assieme soltanto se scoviamo materiali inediti. Già nel 2007 quando scrivemmo un libro (Da Carosone a Cosa nostra: gli antenati del videoclip) e realizzammo una serie di programmi per Rai2 (Eventi Pop, I ’60 a colori) dedicati a una storia completamente dimenticata: quella del Cinebox, l’apparecchio a gettone inventato in Italia nel 1958 che dette vita ai primi filmati musicali a colori per promuovere i dischi. Documentando che il videoclip non è nato negli Stati Uniti o in Gran Bretagna bensì tra Roma e Milano.”

(L’intervista completa è disponibile sulla Rivista IGE Magazine di novembre/dicembre 2025, disponibile anche online)